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NerdPool > Blog > Film > The Running Man: la recensione – L’iconoclastia adrenalinica di un paese
Film

The Running Man: la recensione – L’iconoclastia adrenalinica di un paese

Andrea Castaldi
13 Novembre 2025
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6 Min
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The Running Man è un film del 2025 diretto da Edgar Wright, nuovamente dietro la macchina da presa a quattro anni dal suo ultimo film. L’arrivo del regista inglese in America ha saputo regalare emozioni. Dopo aver diretto la Trilogia del Cornetto (se non l’avete mai vista, recuperatela) la transizione nel panorama cinematografico americana è stata una tra le migliori grazie a Scott Pilgrim Vs The World (un flop diventato cult di genere) e quel capolavoro di Baby Driver. Grazie a questo film soprattutto, è stato capace di dimostrare la sua maestria nella gestione del montaggio e del sonoro, nonché nella sceneggiatura di script originali.

Da sempre fan del film con Arnold Schwarzenegger basato sul romanzo “L’uomo che Corre” di Stephen King, Edgar Wright ha deciso di realizzarne un nuovo adattamento con un cast ricco di star: Glen Powell, Colman Domingo, Josh Brolin, Emily Jones e Michael Cera. Vediamo come se l’è cavata!

La trama di The Running Man

Gli USA sono diventati un regime totalitario corrotto (e quanta attualità in questa premessa). Arrivato allo stremo e con un bisogno di medicine per la figlia malata, Ben Richards decide di partecipare a The Running Man, un programma televisivo in cui i concorrenti diventano fuggitivi. Il premio? Una sostanziosa cifra in denaro che li farà diventare di conseguenza tra i più ricchi del paese. Il costo? Sopravvivere per 30 giorni evitando di essere uccisi da un gruppo di loschi agenti speciali.

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Da George Orwell ad Arnold Schwarznegger

1984. Questo il titolo del padre dei romanzi distopici, la principale fonte da cui si sono sviluppati i racconti di censura e critica moderna in ambito fantascientifico ma non solo. 1984 è anche l’anno in cui The Running Man è stato pubblicato in Italia, e le analogie tra il racconto di George Orwell e quello di Richard Bachman (pseudonimo di Stephen King quando non voleva sfruttare il suo nome nelle vendite dei libri) sono diverse. Su tutte, la forte critica alla tv e alla passività del pubblico. Temi fondamentali anche nel primo vero adattamento del libro, il film del 1987 con Arnold Schwarzenegger nei panni del protagonista. Passano trent’anni e abbiamo un nuovo Ben Richards: Glenn Powell.

Glen Powell: fascino e bravura

Le abilità recitative di Glen Powell non sono più una novità. Il carismatico ragazzo Texano ne sta facendo di strada e grazie a film come Hit man – Killer Per Caso Di Richard Linklater o Chad Powers, la recentissima serie tv in onda su Disney+, sta dimostrando bravura e capacità camaleontiche dietro maschere diverse. In The Running Man è l’uomo più arrabbiato del mondo, un personaggio eticamente corretto in un mondo scorretto dove l’aiuto non è contemplato mentre l’affossarsi a vicenda è all’ordine del giorno.

Come per il suo personaggio con il bisogno di trasformare il volto per mascherare la sua identità, Powell ha dovuto trasformare il suo fisico ancora una volta per scolpire una forma smagliante. Nonostante sia una regola non scritta, qualsiasi remake di un film con Arnold Schwarzenegger deve presentare almeno (se non più) di una scena dove il protagonista rimane a petto nudo per una scena lunga (minimo) cinque minuti. No one knows what it means but it’s provocative; it gets the people going.

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Edgar Wright: il regista che corre

Edgar Wright è un regista fenomenale che non ha intenzione di fermarsi. L’arte dei remake, come quella degli adattamenti tra un medium e l’altro , è delicata e facilmente si può cadere nell’oblio a causa del più piccolo passo falso. Con The Running Man non si prende questo rischio, struttura un film fedele all’opera da cui è tratto (mantenendo qualche richiamo al cult con Schwarzy) seppur dimostrando, ancora una volta, il suo stile unico. In questo capitolo ritroviamo alcuni stilemi del regista britannico, in particolare l’utilizzo del montaggio come mezzo da coadiuvare al sonoro (come visto in Baby Driver) ma anche banalmente il suo classico humour britannico, parte fondamentale del successo della sua Trilogia del Cornetto (ancora non lo avete fatto? Recuperatela!).

Se ci fermassimo a riflettere, l’idea che un romanzo del genere scritto più di 40 anni fa stia diventando così attuale dovrebbe spaventare e smuovere qualcosa in tutti noi. L’America negli ultimi anni sta diventando un paese manipolato e manipolante da figure che trovano uno specchio anche in film del genere. Come nel romanzo di Stephen King, e come ci ricorda anche Edgar Wright con questo lungometraggio, la ribellione individuale, in un modo o nell’altro, porta sempre a una scossa di ideali necessaria.

Il Colosseo, quindi, torna al centro dell’attenzione. L’intrattenimento riparte dalle sue origini in The Running Man grazie a un Edgar Wright costruisce un film intenso ed adrenalinico, una grandissima critica di un paese che allo stesso tempo riesce ad aumentare i battiti dello spettatore, nonché presentare un degno adattamento di un romanzo incredibile. Arte genera arte.

ARGOMENTI:Edgar WrightGlen PowellRecensionethe running man
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