Nel 2026, dopo oltre cinquant’anni di una carriera che ha ridefinito l’immaginario collettivo globale, Steven Spielberg decide di riportare tutti a scuola. Con i suoi 146 minuti di pura adrenalina e commozione, Disclosure Day non è semplicemente un blockbuster fantascientifico, ma una vera e propria lettera d’amore al genere; un’opera che trasuda la firma del regista da ogni singolo fotogramma.
Coadiuvato dalla sceneggiatura affilata di David Koepp, il regista settanovenne torna ai temi extraterrestri che hanno segnato la sua intera esistenza artistica. Il tono è unico: l’opera si dimostra allo stesso tempo spensieratamente maliziosa e mortalmente seria. Questa sincerità traspare fin dal trailer, in cui Spielberg stesso appare dichiarando, con la mano sul cuore, di credere fermamente nel contenuto della pellicola, evocando la stessa serietà con cui C.S. Lewis difendeva la realtà del mondo di Narnia.
Il risultato è un thriller d’inseguimento strutturato e moralmente stratificato, capace di incanalare la paranoia di X-Files, la suspense cinetica di Intrigo internazionale di Hitchcock, le architetture concettuali di Inception e il controllo tecno-distopico del suo stesso Minority Report.
La premessa: L’era della rivelazione differita
Il film si inserisce in un panorama culturale già saturo di dibattiti reali sugli UAP (Unidentified Aerial Phenomena), uscendo nelle sale appena un mese dopo la decisione strategica dell’amministrazione Trump di desecretare un ricco archivio di file militari sugli UFO. Ma se nel 1977 il capolavoro Incontri ravvicinati del terzo tipo guidava lo zeitgeist con un’innocenza dagli occhi sognanti, Disclosure Day si muove in un’epoca in cui decenni di leggende metropolitane su internet e mitologie sul “Deep State” si sono cristallizzati in una sorta di fiaba contemporanea per diseredati.
Il grande interrogativo del film: Mettiamo caso che tutte le teorie del complotto extraterrestre – l’incidente di Roswell, gli avvistamenti, i rapimenti – siano sempre state vere. Come reagirebbe il mondo a questo “Giorno della Dichiarazione”?
La narrazione porta alla luce un insabbiamento governativo che dura da ben 79 anni, iniziato proprio nel 1947. Per decenni, le amministrazioni statunitensi hanno appaltato il contenimento delle prove sulle visite aliene alla Wardex, una segretissima multinazionale privata i cui fondi sono oscuri persino al Presidente. Spielberg tratta queste classiche bufale e i cerchi nel grano con un rigoroso rispetto documentaristico, introducendo un peso morale cupo: per quasi ottant’anni, l’umanità ha segretamente imprigionato e vivisezionato creature extraterrestri che, paradossalmente, mettono l’empatia sopra ogni altra cosa. È un presupposto di partenza che potrebbe sembrare banale, ma che Spielberg declina in un modo straordinariamente umano, come solo lui sa fare.
Trama e dinamiche dei personaggi

Disclosure Day salta la classica introduzione basata sul primo contatto, scaraventando lo spettatore in media res attraverso una sequenza frenetica in prima persona (POV) durante un incontro di wrestling. È qui che incontriamo il Dr. Daniel Kellner (Josh O’Connor), un brillante analista di sicurezza informatica della Wardex. Interpretando il whistleblower con una determinazione sacerdotale e martirizzata che ricorda Edward Snowden, Daniel entra in possesso dell’intero archivio digitale aziendale contenente i filmati dei brutali interrogatori alieni. Armato di un oggetto tecnologico extraterrestre (il perfetto MacGuffin), Daniel si dà alla fuga per orchestrate una rivelazione globale.
Ad accompagnare Daniel nella fuga c’è la sua ragazza, Jane (Eve Hewson), un’ex novizia che fatica a conciliare la sua vocazione perduta con la verità cosmica. Il conflitto interiore di Jane specchia quello del viscido antagonista, Noah Scanlon: la ragazza teme infatti che la rivelazione di questi “esseri supremi” possa distruggere definitivamente il rapporto dell’umanità con Dio. Nel frattempo, il contatto principale di Daniel è Hugo Wakefield, che coordina le manovre di fuga mentre allestisce un bizzarro set teatrale simulato – un espediente narrativo chiaramente influenzato dalla meta-commedia televisiva The Rehearsal di Nathan Fielder.
La presenza catalizzatrice di Emily Blunt

Il vero motore della meraviglia del film è la straordinaria, iperattiva e commovente interpretazione di Emily Blunt nei panni di Margaret Fairchild. Meteorologa di una TV locale di Kansas City – simbolo cinematografico per eccellenza di ambizione e volubilità – la vita di Margaret viene stravolta quando un cardinale rosso vola all’interno del suo appartamento. Questo evento apparentemente banale innesca il risveglio di poteri psychic latenti, legati a un trauma infantile vissuto negli anni ’90.
Improvvisamente, Margaret si ritrova dotata di una telepatia empatica: le basta guardare negli occhi un agente della stradale per leggerne l’anima, e inizia a parlare inconsciamente il russo e il coreano. L’apice viene raggiunto durante una diretta TV, quando la donna inizia a esprimersi attraverso una serie di click e versi biologici – un linguaggio marziano che solo Daniel riesce a decifrare. La Blunt riesce a radicare questa follia cosmica in una profonda vulnerabilità, permettendo allo spettatore di empatizzare istantaneamente con lei e trasformando un ruolo potenzialmente assurdo nella toccante descrizione di una donna sopraffatta dal peso di essere il canale emotivo dell’intera storia umana.
Comparto tecnico: Movimento, tensione e scala

Da un punto di vista puramente cinematografico, il film è girato in modo eccezionale. Per mantenere il ritmo di questo lunghissimo inseguimento tra gatto e topo, Spielberg si affida nuovamente al direttore della fotografia Janusz Kaminski. Evitando un’illuminazione troppo artificiale e prediligendo una macchina da presa fluida, agile e incredibilmente dinamica, Kaminski mantiene lo spettatore in uno stato di costante e adrenalinica instabilità, facendo ruotare l’inquadratura attorno ai personaggi e rompendo i tradizionali assi d’azione.
Il film scorre magnificamente, lasciando letteralmente col fiato sospeso dall’inizio alla fine senza un solo attimo di noia. Tra i picchi visivi si segnalano:
- Un magnifico piano sequenza (oner) senza tagli mentre Daniel si avvicina a una fattoria isolata.
- Una sequenza d’azione mozzafiato, ritmata e tesissima tra un’auto e un treno in corsa.
- Un finale indimenticabile e travolgente, capace di generare un profondo senso di commozione catartica.
La colonna sonora orchestrata dal leggendario John Williams amplifica la tensione e l’umanità dei personaggi, assicurando che il film rimanga ancorato ai sentimenti piuttosto che diventare un mero spettacolo di pixel.
Le cose che funzionano meno: le debolezze da blockbuster
Nonostante la brillantezza tecnica e l’indubbio impatto emotivo, Disclosure Day non è esente da difetti e ha sollevato diverse riserve tra i critici:
Il visibile e l’invisibile: Come già accaduto ne Lo squalo, gli extraterrestri di Spielberg sono infinitamente più terrificanti quando rimangono confinati nell’ombra. Nel momento in cui il film passa dal thriller puro alla rappresentazione letterale degli alieni, rischia di scivolare nel grottesco, ricordando a tratti la versione restaurata del celebre falso storico dell’Alien Autopsy.
La CGI altalenante: In linea con molti blockbuster degli ultimi anni, gli effetti visivi mostrano il fianco in alcune sequenze che coinvolgono animali in computer grafica, che appaiono realizzate in modo approssimativo spezzando momentaneamente l’immersione (anche se il comparto visivo si riprende alla grande sul finale).
Dialoghi e casting: Le battute scritte da David Koepp scivolano talvolta nel cliché. A farne le spese è soprattutto il villain di Colin Firth: l’attore britannico appare inizialmente un po’ sottotono e decisamente fuori parte per il ruolo di capo del Deep State americano, costretto a lanciare minacce istituzionali trite come “La storia non ha un tasto di reset” (anche se l’attore riesce a recuperare carisma nel terzo atto).
Conclusione: Una richiesta di connessione meta-cinematografica
In definitiva, Disclosure Day funziona efficacemente come commento meta-cinematografico sulla stessa eredità artistica di Spielberg. Le scene in cui Hugo costruisce i suoi set artificiali richiamano i filmini domestici reinventati de The Fabelmans, mostrando come gli ingranaggi del cinema siano lo strumento perfetto per accedere ai ricordi e alle emozioni più intime dell’essere umano.
È una pellicola meno interessata allo shock iniziale del contatto alieno e più concentrata sui suoi effetti collaterali: l’isolamento dell’individuo, le divisioni sociali e la crisi delle religioni organizzate. Se da un lato manca la purezza sognante degli esordi, dall’altro il film la sostituisce con un’esplorazione matura del contrasto tra l’empatia e l’inganno sistemico delle istituzioni.
Spielberg chiude il suo spettacolo fantascientifico con una sola, evocativa parola: un cliffhanger giocoso che non serve a preparare un sequel, ma si configura come una preghiera accorata rivolta a un mondo cinico. Un invito, potente e travolgente, a non perdere mai la capacità di credere, di emozionarsi e di lasciarsi stupire. Un gran bel film di cui, una volta accese le luci in sala, se ne vorrebbe ancora e ancora.


