In queste settimane a Hollywood non si fa che parlare del nuovo Resident Evil, sbarcato da poco nelle sale e già consacrato dalla critica come uno dei migliori horror moderni. Alla regia troviamo Zach Cregger, un nome che gli amanti della tensione hanno imparato a venerare grazie a perle del brivido come Barbarian e Weapons. Eppure, nonostante un trailer esplosivo e un riscontro iniziale stellare, il film ha scatenato una vera e propria bufera sul web. Il motivo? Pur basandosi sulla storica saga survival horror di Capcom, la pellicola ha preso una strada radicale: ignorare quasi del tutto la trama e i personaggi storici dei videogiochi. È stata una scelta che ha fatto infuriare i puristi del franchise. Essi sono rimasti delusi di non poter vedere i propri beniamini su schermo e convinti che il film stia semplicemente sfruttando il brand. A conti fatti, però, questa mossa coraggiosa potrebbe aver tracciato la rotta definitiva per il futuro dei tie-in cinematografici.
Catturare il brivido del pad, non la trama del gioco
La mossa più intelligente di Zach Cregger è stata proprio quella di smarcarsi dalla narrazione originale per concentrarsi sulle sensazioni. I videogiochi hanno strutture narrative stratificate e tempistiche dilatate. Queste difficilmente si lasciano comprimere in due ore di pellicola senza sacrificare snodi cruciali. Il risultato, il più delle volte, è un prodotto ibrido che finisce per scontentare chi ha passato decine di ore con il joypad alla mano. Ne risulta, quindi, un prodotto superficiale.
Invece di riproporre volti noti, il regista ha puntato tutto sull’atmosfera, strutturando il film per fare in modo che il protagonista – e di riflesso lo spettatore – si sentisse intrappolato in una letale run di Resident Evil. Fino ad oggi, le trasposizioni cinematografiche della saga avevano spinto il pedale sull’azione pura. Ci mettevano davanti a personaggi invincibili capaci di abbattere mostri senza trasmettere alcuna ansia. Nel mondo di Cregger, invece, l’eroe di turno è drammaticamente inadeguato alla situazione. Ogni scontro è disperato e restituisce esattamente quel senso di precarietà, terrore puro e gestione estrema delle risorse che si prova affrontando per la prima volta il capolavoro Capcom.
Da Fallout a The Last of Us: il nuovo standard di Hollywood
Stiamo finalmente capendo che il segreto per un adattamento vincente non è il banale copia-incolla, ma il rispetto assoluto per il worldbuilding, la lore e le vibrazioni del materiale di partenza. Vivere una storia inedita perfettamente calata in un universo narrativo noto funziona infinitamente meglio che assistere all’ennesima parata di volti famosi incastrati in contesti bidimensionali. Se Resident Evil lo sta confermando sul grande schermo, la serie tv di Fallout prodotta da Prime Video lo ha appena dimostrato nel salotto di casa. Personaggi come Lucy MacLean, Maximus e il Ghoul non sono mai apparsi nei giochi. Eppure trasudano lo stile di casa Bethesda da ogni poro, garantendo uno show di qualità altissima.
Anche un colosso come The Last of Us avvalora questa regola non scritta. La prima stagione ha fatto incetta di premi, ma l’episodio più amato all’unanimità, “Long, Long Time”, prende un semplice dettaglio intuibile nel gioco e ci costruisce attorno un arco narrativo totalmente inedito e devastante. Quando gli adattamenti scelgono la via della fedeltà estrema, per quanto realizzati con budget faraonici, faticano a generare quel senso di scoperta e freschezza. Invece, operazioni chirurgiche come Fallout o il nuovo corso di Resident Evil riescono a regalare questa esperienza ai fan.
Numeri da record su Rotten Tomatoes
Le chiacchiere stanno a zero, e a parlare sono le recensioni. Dopo 110 pareri della critica aggregati su Rotten Tomatoes, il Resident Evil di Zach Cregger svetta con un mostruoso 96% di approvazione, conquistando a mani basse il bollino “Certified Fresh”. Stiamo parlando di una percentuale siderale, nettamente superiore a qualsiasi altro film basato su un videogioco. Fino a poco fa, la vetta era occupata a pari merito da Sonic the Hedgehog 3 e Werewolves Within, fermi a un comunque rispettabile 86%. Per fare un paragone tutto interno al franchise zombie, il picco storico era il desolante 39% raggiunto da Resident Evil: The Final Chapter.
Bisogna ammettere che le vecchie pellicole action non puntavano minimamente a ricalcare le atmosfere videoludiche. Tuttavia, anche quando si è tentata la via della fedeltà filologica – come nel recente e sfortunato reboot Resident Evil: Welcome to Raccoon City – il pubblico e la critica hanno risposto con freddezza. Pertanto, il segnale lanciato da Hollywood oggi è cristallino: il futuro degli adattamenti passa per l’atmosfera e la creatività autoriale, non per il bieco fanservice.



