Marsilio ci presenta La disobbediente, secondo romanzo della scrittrice italo-francese Mavie Da Ponte. La storia affronta il tema delicato della gravidanza e il desiderio di ogni donna di essere libera di poter scegliere sul proprio corpo.

Trama
Raimonda, detta Monda, è una donna di 35 anni che vive l’esistenza che la società si aspetta da lei: ha una relazione stabile da oltre sei anni con Delio e ha una formazione accademica che le permette di essere un’ottima dottoranda all’università. Il tutto cambia quando Monda si rende conto di una cosa molto importante, ossia che lei non vuole assolutamente avere figli.
All’inizio Delio sembra accettare la sua decisione, fino a quando le sue aspettative nei confronti di Monda prevalgono sull’amore, portandoli a una rottura definitiva. Monda si ritrova così senza una casa propria e, per non tornare a vivere con la madre, decide di stare prima a casa della sua amica Anna, poi in un appartamento di una conoscente della sua tutor. Inoltre, dopo anni di attesa, realizza che il suo dottorato non la sta portando da nessuna parte e decide di abbandonare l’università per lavorare come assistente alla poltrona in uno studio odontoiatrico.
“..Era la conseguenza della mia decisione, della mia natura di disobbediente: non volere figli, rinunciare a Delio, rinnegare la matrice animale, proclamarmi immune. Era il prezzo da pagare al tempo che passava: funziona così, non potevo farci nulla. Nessuno può..”
Monda è disorientata e sente di star vivendo un momento d’incertezza, in cui ogni decisione che prende potrebbe procurare dolore sia a lei che agli altri. Allo stesso tempo però lei, che si autodefinisce “disobbediente”, ha avuto il coraggio di andare contro tutto ciò che la società le ha sempre imposto e cerca di portare avanti la sua decisione con forza.
Il suo rifiuto la mette costantemente e giornalmente di fronte a gravidanze, altri amori e altri percorsi di vita, portandola a confrontarsi con il vero senso della parola maternità, ovvero imparare a pensare a un noi che va oltre l’io.
Recensione
La scrittrice Mavie Da Ponte affronta un argomento molto delicato che ha preso sempre più piede negli ultimi anni, ovvero il desiderio di molte donne di non avere figli. Nonostante viviamo in una società evoluta tecnologicamente, ci sono ancora alcuni temi che provocano un continuo dibattito su cosa sia ritenuto giusto e cosa no, specialmente quando si tratta del corpo femminile. Vi è ancora un’idea molto radicata che il principale scopo di una donna sia quello di mettere al mondo dei figli e tutte coloro che invece non presentano questo desiderio, vengono additate non solo come persone egoiste ma soprattutto come “non vere donne“. Ma cosa e chi determina che una donna sia considerata vera? Ma soprattutto, siamo ancora ad un livello tale che una donna debba perennemente giustificarsi delle proprie scelte, in un mondo che la bombarda di continue frasi su come lei sia finalmente libera di scegliere chi vuole essere?
Il romanzo racconta proprio questo, ovvero la storia di Monda, una donna “millennial” che ha sempre saputo di non volere figli, ribellandosi alle aspettative sociali e familiari sulla maternità che le sono state imposte fin dalla nascita. Monda sceglie di non piegare il suo fisico alla volontà sociale che vede il corpo femminile solo come un organo riproduttivo; un ruolo ben preciso della donna che finalmente possiamo rifiutare, andando incontro al giudizio crudele che potrebbe annientarci.
La sua è sempre stata una consapevolezza maturata nel tempo, diventata presto una certezza che per un breve periodo ha rischiato di vacillare. All’inizio il suo fidanzato Delio sembra accettare la sua decisione, tuttavia il suo desiderio di paternità diventa più grande dell’amore che prova per Monda, portando la coppia in rotta di collisione per divergenze irrisolvibili. Nel momento che Monda lascia Delio, il suo piccolo mondo di sicurezze crolla: sembra vagare senza una vera meta e si lascia trascinare sia da situazioni più o meno ambigue che in un nuovo rapporto amoroso tutt’altro che tranquillo. Monda si ritrova così in una sorta di limbo, un periodo fatto di cose poco importanti, dove ogni avvenimento serve per giustificare continuamente che la sua scelta è stata giusta. Monda sa che è una fase e che passerà, nel frattempo cerca di sopravvivere con i pochi mezzi che conosce.
Attorno a Monda si muovono diversi personaggi che interagiscono con lei e quello che spicca maggiormente è l’amica Anna. Di fatti quest’ultima, dopo lunghi anni tra dottori e interventi, è finalmente riuscita a diventare mamma ma, nel momento che prende in braccio sua figlia, si rende conto che non la vuole più. Si sente in trappola e cerca di scappare svariate volte lasciando la piccola a Monda. Questa situazione difficile permette sia a Monda che al lettore di riflettere sul senso puro di maternità che non deve essere visto solo come un qualcosa di biologico, ma come un concetto che racchiude in sé l’idea di prendersi cura dell’altro, di volersi bene e di proteggersi a vicenda. Essere una madre vuole dire imparare a pensare a un noi che va oltre l’io e questo sentimento viene percepito dalla protagonista in ogni cosa, sia nelle persone che negli animali. Anna, come Monda, è vittima delle aspettative sociali che le hanno imposto il desiderio di una cosa che in realtà non è mai stata realmente voluta e, nel momento in cui si rende conto che non può più tornare indietro, l’anima si spacca. Rimettere insieme i pezzi è difficile e ci vuole non solo costanza ma anche un aiuto psicologico per affrontare il tutto.
Il risultato finale è un romanzo che apre le porte a un dialogo e a una riflessione profonda, mettendo il lettore di fronte a tematiche importanti, come la libertà di scelta personale e l’autodeterminazione femminile. La scrittura è diretta, vera e a tratti ironica, per sottolineare il disagio generazionale che provano le donne, soprattutto millennials, di fronte agli schemi prestabiliti dalla generazione precedente.
Purtroppo il romanzo presenta due problematiche che danneggiano il lavoro finale: la prima è la continua ripetizione della frase “non voglio figli” che si presenta spessissimo, anche all’interno della medesima pagina di lettura. La frase diventa quasi un mantra ossessivo della protagonista, che la utilizza per giustificarsi per ogni azione che compie o frase che esprime. L’incessante ripetizione del concetto, che può essere voluta dalla scrittrice per sottolineare il disagio emotivo della protagonista, provoca un fastidio al lettore, facendo perdere al romanzo la sua vera essenza. A volte basta un gesto o un comportamento per spiegare un concetto, senza perdersi in chiacchere. La seconda problematica è la parte conclusiva del romanzo, in cui si susseguono avvenimenti che sembrano buttati lì solo per arrivare al finale della storia, un epilogo che spiazza il lettore e che provoca un leggero fastidio. Non so se è stato fatto volutamente dalla scrittrice per aprire un dibattito costruttivo sul tema, ma la sensazione è quella di un’occasione mancata per una chiusura coerente con tutta la storia narrata. È un vero peccato perché rovina la bellezza del romanzo.
Il libro lo potete trovare qui
Autrice
L’italo-francese Mavie da Ponte è nata nel 1987, vicino al mare e in mezzo alle storie. Dopo studi linguistici e un dottorato in letteratura francese contemporanea, oggi si dedica alla scrittura. Per Marsilio, nel 2023, ha esordito con il romanzo Fine di un matrimonio. La disobbediente è il suo secondo romanzo, sempre edito da Marsilio, uscito nell’autunno del 2025.


