La solitudine di Sonia e Sunny di Kiran Desai (Adelphi, con la traduzione di Giuseppina Oneto) è un romanzo monumentale, ambizioso e traboccante di storie. Usa l’incontro tra due giovani indiani per raccontare qualcosa di molto più grande: il difficile rapporto con le proprie radici, il bisogno di trovare un posto nel mondo e quella solitudine che può accompagnarci anche quando siamo circondati da altre persone.

Trama
Ancora non si conoscono, Sonia e Sunny, malgrado il tentativo dei genitori di combinare il loro matrimonio. Sono entrambi indiani, figli di famiglie agiate che li hanno mandati a studiare e a farsi una carriera negli Stati Uniti: Sonia, che vive in un college nel nevoso Vermont, sogna di diventare scrittrice ed è invischiata in una relazione tossica con un pittore folle e narcisista; Sunny è un giornalista agli esordi, irrequieto e ambizioso, che tenta di costruirsi un futuro a New York per sfuggire a una madre tirannica e possessiva.
Non si conoscono, ma tutti e due avvertono la solitudine di chi, sradicato, si ritrova in bilico fra due mondi, sospeso tra il desiderio di recidere i legami con una cultura sentita come arretrata e oppressiva e l’impossibilità di accogliere fino in fondo una nuova identità. Sarà un incontro fortuito su un treno notturno, in India, a far nascere un amore travolgente ma fragile, minato da incertezze e timori, cui seguirà un lungo distacco e una serie interminabile di avventure e disavventure – viaggi, malattie, faide familiari, delitti, trasformazioni – forse dovute alla perdita di un misterioso amuleto tibetano, che Sonia e Sunny dovranno ritrovare per ritrovarsi.
Se ami, hai paura, pensò Sonia. Hai paura e credi che perderai l’amore. Ma se non ami, hai paura lo stesso. Ti senti al sicuro solamente quando sei solo e non puoi essere tradito, eppure da solo non ti senti al sicuro.
“La solitudine di Sonia e Sunny” di Kiran Desai
Recensione
Sonia e Sunny sono entrambi figli di famiglie agiate indiane, cresciuti con la prospettiva di costruirsi un futuro negli Stati Uniti. Lei sogna di diventare scrittrice, ma si trova intrappolata in una relazione tossica con un pittore narcisista; lui cerca di farsi strada nel giornalismo newyorkese, mentre tenta di liberarsi dall’influenza soffocante della madre. Due vite apparentemente diverse, accomunate da un senso di estraneità che nessun successo professionale sembra poter cancellare.
Il loro incontro avviene su un treno notturno in India, dando inizio a una relazione travolgente, ma tutt’altro che semplice. Tra separazioni, viaggi, malattie, conflitti familiari e vicende dai contorni quasi misteriosi, il percorso dei protagonisti si trasforma in un lungo inseguimento, non soltanto dell’amore, ma anche di sé stessi.
E se a prima vista potrebbe sembrare la premessa di una storia sentimentale, Desai ha ambizioni decisamente più ampie. Il rapporto tra Sonia e Sunny diventa infatti il punto di partenza per esplorare le contraddizioni di chi vive sospeso tra culture diverse, senza riuscire ad appartenere completamente a nessuna delle due.
Uno degli aspetti più affascinanti del libro è la sua natura tentacolare. La storia si espande continuamente, accogliendo personaggi, ambienti e vicende che finiscono per comporre un affresco molto più vasto di quello inizialmente immaginato.
Vasto tanto quanto la scrittura di Kiran Desai, che è ricca, densa, piena di immagini e colori, capace di passare dall’intimità dei sentimenti alla complessità delle dinamiche sociali. C’è spazio per l’ironia, per il dramma, per l’assurdo e per quelle coincidenze che, nella vita reale, sembrerebbero improbabili.
Il risultato è un romanzo che chiede al lettore di lasciarsi sorprendere dai cambi di prospettiva e avere pazienza quando la storia sembra allontanarsi dal suo centro. Perché quel centro, in fondo, non è mai soltanto la relazione tra i due protagonisti: è l’umanità stessa, con le sue contraddizioni, le sue fragilità e il suo ostinato bisogno di dare un senso alle cose.
Naturalmente, una simile abbondanza narrativa può rappresentare anche un ostacolo: la ricchezza di personaggi e sottotrame rischia di appesantire il ritmo e di mettere alla prova chi cerca una lettura più immediata. Ma è proprio questa natura debordante a distinguere il romanzo da una storia d’amore convenzionale: Desai non vuole limitarsi a raccontare due persone, vuole raccontare il mondo che le ha rese ciò che sono.
Il titolo stesso racchiude il nucleo emotivo del libro: Sonia e Sunny desiderano emanciparsi da una cultura che è per loro limitante, ma non per questo riescono a sentirsi davvero a casa negli Stati Uniti. Per loro sembra impossibile riuscire a recidere completamente i legami con il passato.
Questa è una condizione profondamente contemporanea, quella di chi si trova a vivere tra identità differenti e scopre che cambiare Paese non significa necessariamente cambiare sé stessi. Le radici continuano a esercitare la propria influenza, i legami familiari sopravvivono alla distanza e la libertà tanto desiderata può trasformarsi alla fine in una nuova forma di smarrimento.
In questa storia, anche l’amore assume un doppio significato. Può rappresentare un rifugio, la promessa di essere finalmente compresi, ma non è una soluzione magica a ogni inquietudine. Per stare insieme bisogna prima fare i conti con le proprie paure, con le aspettative degli altri e con quella parte di sé che si vorrebbe lasciare indietro.
Desai sembra suggerire che ritrovarsi non sia un evento improvviso, ma un percorso tortuoso, fatto di errori, distanze e ritorni. E forse è proprio questo a rendere Sonia e Sunny personaggi interessanti: non sono eroi destinati a trovare facilmente il proprio posto nel mondo, ma individui che cercano di capire chi sono mentre tutto intorno a loro continua a cambiare.
La solitudine di Sonia e Sunny è una lettura che richiede tempo e disponibilità a lasciarsi trasportare (la mole del libro, dopotutto, ne è un indizio). Non sempre il suo viaggio sarà agevole, e la sua abbondanza può talvolta trasformarsi in dispersione, ma è difficile negare l’ambizione di un’opera che cerca di tenere insieme dimensione privata e collettiva, sentimento e critica sociale, realismo e suggestioni quasi fiabesche.
Il libro lo trovi QUI.
L’Autrice
Figlia della famosa scrittrice indiana Anita Desai, nominata tre volte per il Man Booker prize, Kiran Desai ha studiato scrittura creativa all’ Università di Hollins e alla Columbia University a New York. La sua prima opera “Strange Happenings in the Guava Orchard” è stata pubblicata nel 1997 al interno dell’antologia “Mirrorwork”, curata da Salman Rushdie. L’anno successivo è uscito il romanzo “La mia nuova vita sugli alberi”, accolto favorevolmente dalla critica. Nel 2006 ha pubblicato “Eredi della sconfitta”, che le è valso, abbastanza clamorosamente, il Booker Prize. A trentacinque anni è infatti la più giovane vincitrice nella storia del prestigioso premio. Sempre nel 2006 le è stato conferito anche il National Book Critics Circol Award. Eredi della sconfitta è stato giudicato, negli Stati Uniti e in Inghilterra, come uno dei migliori esempi di romanzo dell’era post 11 settembre 2001, per l’analisi dell’immigrazione illegale e degli alloggi precari e il profondo senso di incertezza che caratterizza la nostra epoca.




