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NerdPool > Blog > Serie TV > Long Story Short: La recensione della nuova serie dal creatore di BoJack Horseman
Serie TV

Long Story Short: La recensione della nuova serie dal creatore di BoJack Horseman

Davide Sangalli
22 Agosto 2025
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5 Min
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Raphael Bob-Waksberg, il geniale creatore di BoJack Horseman, torna con un’opera ambiziosa e profondamente personale: “Long Story Short”. Questa serie, più che una semplice dramedy animata, si presenta come un’autobiografia romanzata, un’analisi acuta e toccante delle complesse dinamiche che legano una famiglia ebrea della classe media, i Cooper-Schwartz (o, come amano chiamarsi, gli “Schwooper”).

La forza principale dello show risiede nella sua struttura narrativa audace e non lineare. A differenza di una trama tradizionale, “Long Story Short” si sviluppa come un mosaico di ricordi e prospettive. La narrazione salta in continuazione tra le varie epoche della vita dei tre fratelli — Avi, Shira e Yoshi — mescolando la loro infanzia, l’adolescenza e la vita adulta. Questo approccio, che a prima vista potrebbe sembrare caotico, è in realtà la chiave di volta dell’intera serie. Bob-Waksberg utilizza questo disordine apparente per esplorare in modo autentico il funzionamento della memoria umana, dimostrando come il passato non sia mai una linea retta, ma un insieme di istantanee che si sovrappongono e si influenzano a vicenda.

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La scrittura come strumento di dissezionamento familiare

La scrittura è il vero cuore pulsante di “Long Story Short”, rivelando le cicatrici e le complessità del rapporto familiare con una precisione quasi chirurgica. Il dialogo è straordinariamente acuto, stratificato e permeato di un umorismo intellettuale che ricorda il suo predecessore, ma con un’intimità e un calore unici. Le battute, spesso veloci e ricche di giochi di parole, non sono mai fini a sé stesse; servono a svelare le dinamiche interne dei personaggi. L’abile intreccio di umorismo e malinconia è ciò che rende la serie così potente. Si ride per una battuta assurda su un reCAPTCHA e un istante dopo si avverte una stretta al cuore per una conversazione non detta o un rimpianto del passato.

Al centro di questo universo emotivo c’è il complicato rapporto tra i fratelli e i loro genitori. La matriarca, Naomi Schwartz, interpretata da una superba Lisa Edelstein, è un capolavoro di scrittura. Inizialmente, sembra la tipica madre ebrea ipercritica e iperprotettiva, ma la serie scava a fondo, rivelando le sue insicurezze, i suoi sacrifici e la sua profonda, seppur a volte soffocante, devozione per i figli. Il conflitto e l’affetto si fondono in un legame indissolubile, e la serie eccelle nel mostrare come le ferite del passato continuino a condizionare le relazioni presenti. Le tensioni accumulate nel corso degli anni, le incomprensioni e i silenzi diventano un motore narrativo costante, esplorato con grande sensibilità e realismo.

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Un cast di personaggi indimenticabili e universali

Ogni personaggio secondario è scritto con altrettanta cura. Kendra (Nicole Byer), la compagna di Shira, rappresenta un esempio perfetto. Il suo percorso di conversione all’ebraismo è trattato con rispetto e profondità, mostrando che la famiglia non è solo quella di sangue, ma anche quella che si sceglie. I fratelli, ognuno alle prese con le proprie sfide — matrimoni falliti, ricerca di identità, senso di appartenenza — completano questo quadro familiare incredibilmente verosimile.

“Long Story Short” non è un’imitazione di “BoJack Horseman”, ma un’evoluzione della sua poetica. L’animazione, seppur in uno stile diverso, è espressiva e ricca di dettagli, mentre il cast vocale aggiunge ulteriori strati di emotività. Questa serie è una dramedy inventiva e insolitamente profonda, che premia l’attenzione dello spettatore e invita a una riflessione sulla complessità del tempo, della memoria e, soprattutto, dei legami che ci definiscono. Sebbene sia profondamente radicata nella cultura ebraica, la serie riesce a toccare corde universali su cosa significhi crescere, perdonare e trovare un proprio posto nel mondo, anche quando la propria famiglia sembra tirarti in direzioni opposte.

Alla fine, “Long Story Short” non è un semplice clone di BoJack, ma un’opera ricca e particolare a sé stante. La sua capacità di raccontare la vita, i traumi e le complessità umane, toccando le corde giuste, è il tratto distintivo del suo creatore.

“Long Story Short” è disponibile ora in streaming su Netflix e rappresenta una visione obbligata per chi cerca una narrazione matura e indimenticabile.

ARGOMENTI:Long Story ShortNetflixRecensione
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DiDavide Sangalli
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Figlio degli anni ‘80, orgogliosamente NERD! Appassionato di Pop Culture (specie se anni ’80 e ’90), Comics, Serie TV e Film. Collezionista compulsivo di Lego, Snapback e T-Shirt Nerd. Un giorno vorrei svegliami a Springfield e farmi una birra con Homer Simpson.
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