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NerdPool > Blog > Film > Mickey 17: la recensione. Il cinema d’autore si traveste da Blockbuster e divide la critica
Film

Mickey 17: la recensione. Il cinema d’autore si traveste da Blockbuster e divide la critica

Leonardo Marcucci
6 Marzo 2025
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7 Min
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Illudersi ancora che abbracciare una dimensione mainstream possa condurre un’opera come Mickey 17 verso località lontane da violenti compromessi contenutistici e formali, appare come un’utopia difficilmente conciliabile con la realtà di un’industria sempre più impaurita dalla possibilità di maneggiare ampi budget imbattendosi in risultati modesti sul piano commerciale. 

In seguito alla tanto discussa stagione dei cinecomic, infatti, la nuova tendenza della cinematografia mondiale sembrerebbe quella di prelevare raffinati autori già dimostratosi affini alla sensibilità delle masse, per consegliargli budget e progetti dall’importanza conclamata, per poi sospingerli attraverso la partecipazione di star di respiro internazionale, utili a trainare da sole l’affluenza del grande pubblico (vedi Lanthimos con quell’inestimabile perla di Povere Creature). 

Un cocktail produttivo capace di richiamare in sala tanto il cinefilo affezionato alle opere più pure e genuine dell’autore in questione, quanto le ampie fette di quel pubblico attirato più dai grandi nomi da copertina che dalla dimensione intellettuale che questi hanno scelto di sposare.

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Si tratta senza dubbio alcuno di uno dei terreni più ostici e tortuosi che si possano immaginare per un autore della settima arte, la cui più grande aspirazione, quantomeno nella gran parte dei casi, risiede proprio nell’ideale convivenza tra complessità e risultati, specificità della proposta culturale e ampiezza della forbice di pubblico coinvolto. 

La stagione in corso, per certi versi, appare come la vitale risposta che i cineasti contemporanei, ma soprattutto i produttori, hanno pensato bene di recapitare a coloro i quali continuavano a riproporre con fare nostalgico le leggendarie annate del secondo novecento, durante cui non occorreva una schiera di scaltri sceneggiatori, pronti ad ogni più atroce forzatura, per staccare qualche biglietto in più, ma, piuttosto, al pubblico bastava la presenza di una grande firma dietro la macchina da presa per recarsi in sala. Basti pensare alla ‘Nuova Hollywood’, i cui protagonisti si rivelarono autori in grado di conquistare i numeri del cosiddetto cinema di massa restituendo al pubblico una proposta audiovisiva profondamente filtrata da una personalissima visione del medium.

Una delle figure più stimate e prolifiche della nuova tendenza del cinema contemporaneo risponde senza dubbio alcuno al nome di Bong Joon-ho, le cui ormai note fatiche in celluloide hanno solleticato sin dagli albori della sua produzione quell’assopita fame di distopia e ricerca socio-politica che albergava nel pubblico degli appassionati più smaliziati.

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Risultato? Il successo del caro Bong oggi lo costringe a fare i conti con l’insostenibile responsabilità di spolverare di continuo ben tre Oscar, oltre all’altrettanto spiacevole compito di sbizzarrirsi con decine di milioni di dollari di budget, nel tentativo di ripetere il fenomeno di massa che Parasite rappresentò nell’ormai lontano 2019. 

Mickey 17, ecco il compromesso che punta al consenso di massa

Mickey 17 (dopo una serie di interminabili premesse siamo finalmente giunti a citare l’oggetto dell’analisi in corso) è infatti un dispendioso gioiello – o gingillo… starà a voi valutare l’epiteto più calzante – dal costo di ben 118 milioni di dollari.

Un impegno di capitale che non rimescola le carte in tavola soltanto sul piano squisitamente profilmico (con queste cifre in gioco ci si aspetta naturalmente un impianto formale che riesca a stupire anche la platea meno attenta alle raffinatezze tipiche del regista sudcoreano), ma anche e soprattutto a livello contenutistico, dato che, a fronte di un’investimento di tali dimensioni, difficilmente si gode di spazi di manovra illimitati. 

Difatti, il naturale espandersi delle possibili soluzioni visive che 118 milioni di dollari ti mettono a disposizione – basti pensare alla quantità e la qualità di effetti speciali a cui il regista di Snowpiercer ha potuto avere accesso – sembrerebbe avere un rapporto inversamente proporzionale alla raffinatezza e la profondità delle sfumature narrative presenti all’interno di un prodotto audiovisivo, che, per ovvi motivi, poco o nulla si è potuto permettere di lasciare all’interpretazione o a quella sperimentazione contenutistica tanto cara al cinefilo più esigente.

In altre parole, appare difficile immaginare un autore che, caricato di tale responsabilità, anteponga la complessità più spinta a quell’accessibilitá necessaria a garantire un risultato al botteghino. Dunque, Bong Joon-ho è riuscito nell’arduo compito di disattendere tale equazione? La risposta è… no. La distopia di Mickey 17 – tratto dal romanzo del 2022 Mickey7 scritto da Edward Ashton -, infatti, non tenta neanche di dipanare la propria tesi attraverso una lunga serie di raffinati suggerimenti audiovisivi, ma, piuttosto, intraprende con altrettanto coraggio l’insidiosa strada del ‘cinema mainstream’. 

Difatti, seppur platealmente più intellegibile nello sviluppo della sua tesi – anch’essa intercettabile da subito senza particolari sforzi – il lungometraggio con protagonista Robert Pattinson riesce in un compito altrettanto nobile: semplificare ai minimi termini una serie di temi che di semplice hanno ben poco, trasformando i protagonisti e i mezzi della propria rappresentazione in un universo funzionante e funzionale. 

I cinefili dal palato più fine, infatti, potrebbero dirsi traditi dal finale rassicurante, dall’antagonista costruito e sviluppato su impalcature al limite del macchiettistico, da un incedere drammaturgico sin troppo repentino e da diverse altre approssimazioni, tuttavia, quanto appena detto, significherebbe ignorare più o meno volontariamente i presupposti del progetto editoriale firmato dal regista sudcoreano. 

Al contrario, risulta ostico immaginare spettatore in grado di risentirsi nei confronti di Bong Joon-ho per la scelta del cast e più in particolare del suo protagonista, oramai da tempo impegnato nella destrutturazione di una futile aura da sex symbol drammaturgicamente impalpabile.

Con Mickey 17 tale percorso potrebbe finalmente essersi svelato a coloro i quali ne avevano ignorato l’esistenza sino ad oggi, a causa della bontà dell’interpretazione, la qualità della scrittura del ‘personaggio/i’ e la presenza di una fine soluzione narrativa indispensabile al definitivo disvelamento di un ventaglio interpretativo dall’ampiezza sconcertante.

ARGOMENTI:Mark Ruffalomickey 17RecensioneRobert Pattinson
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