Frances Neagley si prende finalmente la scena su Prime Video. Uno spin-off che rinuncia all’ironia sbruffona della serie madre per esplorare i traumi della sua co-protagonista più amata, colpendo dritto allo stomaco.
Da spalla a protagonista assoluta
Era solo questione di tempo.
Se c’è un personaggio che ha rubato il cuore della fanbase di Reacher, quella è Frances Neagley. Interpretata da una magnetica Maria Sten, l’ex sergente maggiore della 110a Unità Investigativa Speciale si è sempre distinta per la sua intelligenza letale e per quella regola ferrea: non toccarmi. Ne avevamo già parlato qui sottolineando perché un suo spin-off sarebbe stato una mossa intelligente, e i fatti lo dimostrano.
Con l’uscita degli otto episodi su Prime Video (programmata appositamente in concomitanza con il finale della quarta stagione della serie madre), i creatori Nick Santora e Nicholas Wootton ci consegnano un prodotto che non si accontenta di essere una semplice fotocopia.
Neagley prende l’universo narrativo nato dai romanzi di Lee Child e lo piega a un’indagine molto più personale, cupa e radicata nelle strade di Chicago.

Meno muscoli, più cicatrici
Se vi aspettate la solita scazzottata da bar risolta a testate in puro stile Jack Reacher, potreste rimanere spiazzati. Neagley ha un respiro decisamente diverso. Abbandona in gran parte l’ironia e la spavalderia di Alan Ritchson (che si concede comunque una doverosa e godibile ospitata) per abbracciare un tono più sobrio, maturo e a tratti tragico. La serie scava a piene mani nel trauma della protagonista, costringendola a fare i conti con i propri demoni personali mentre indaga sulla morte sospetta di una persona a lei molto vicina. Il risultato è un thriller d’azione balistico dove la violenza è forse meno grottesca, ma l’impatto emotivo picchia molto più duro.

Una squadra forzata
L’altro grande ribaltamento di fronte riguarda la gestione delle dinamiche di gruppo.
Mentre Reacher è l’eterno lupo solitario vagabondo, Frances si ritrova suo malgrado a dover fare squadra fissa. La costruzione del suo personalissimo team investigativo, che include il detective Hudson Riley (un ottimo Greyston Holt) e la determinata aspirante investigatrice Renee (Adeline Rudolph) , funziona nonostante qualche ingenuità narrativa. Infatti, bisogna dirlo, i comprimari appaiono a volte troppo ancorati ad archetipi classici rispetto alla profondità che la serie madre ha raggiunto nel tempo.
Tuttavia, veder collaborare questa disfunzionale squadra contro nemici di alto livello ha un fascino innegabile.
Un ottimo inizio ma con il freno a mano tirato
In questo mare di elementi apprezzabili, rimane la sensazione di un “vorrei ma non posso”. La struttura narrativa, per quanto si discosti dalla serie madre, sembra fermarsi proprio sul più bello, quando potrebbe osare la svolta finale.
Non tanto per l’evoluzione della trama, ma per il fatto che per molti aspetti (non la profondità del personaggio principale che rimane unica e decisamente più dettagliata rispetto a quanto eravamo abituati a vedere) sembra di vedere delle puntate di Reacher ma con un personaggio differente.
Questo non toglie ovviamente lustro al prodotto, che, saprà sicuramente regalare emozioni e sviluppi godibilissimi, allargando un universo narrativo che, a differenza di altri (qualcuno ha detto Marvel?) , fa della sua semplicità e linearità (il bene alla fine vince, anche se con parecchi compromessi) un vanto e non un problema da risolvere.



