Da anni ormai i retelling mitologici hanno estrema fortuna letteraria. In Italia un punto di svolta nella fama di queste ri-narrazioni del mito lo ha segnato Madeline Miller con i suoi romanzi La canzone di Achille (2013) e Circe (2019), titoli diventati virali sul cosiddetto BookTok – la community di lettori su TikTok – che hanno aperto la strada a molti altri libri dello stesso genere, anche quelli scritti e pubblicati anni prima. È proprio questo il caso della breve opera Il canto di Penelope di Margaret Atwood, pubblicato per la prima volta nel 2005.

La vicenda del sudario è divenuta quasi immediatamente leggenda. Di un lavoro che non finisce mai si dice che è «la tela di Penelope». Non amo che si usi la parola tela. Se il sudario fosse stato una tela, io sarei stata un ragno, ma il mio scopo non era catturare gli uomini come fossero mosche, al contrario, non volevo farmi catturare.”
Di cosa parla questo romanzo?
ll canto di Penelope riassume brevemente la vita della moglie di Ulisse. Com’è finita in sposa al più astuto degli eroi? Come ha vissuto nei dieci lunghi anni in cui il marito era a combattere a Troia? E ancora, come ha sopportato gli altrettanto lunghi dieci anni in cui Ulisse sarebbe dovuto rientrare in patria, ad Itaca, come stavano facendo tutti gli altri Greci?
La voce di Penelope viaggia in prima persona su tutti questi anni con malinconia, a volte con rabbia e rancore, altre tristezza. Penelope sente le più disparate voci su Ulisse: gli aedi narrano imprese diverse, alcune lusinghiere, altre meno. Qual è la verità? La donna, rimasta sola, non può saperlo; l’unica cosa che sa è che deve lottare con tutta sé stessa per difendere Itaca, il regno suo e di Ulisse, le loro ricchezze, garantire un futuro a loro figlio Telemaco ed attendere pazientemente il ritorno del marito, ritorno in cui lei crede ciecamente nonostante tutto.
Un’Odissea al femminile
Non è facile scrivere un retelling: il rischio di non rispettare il mito, un racconto che permea la nostra cultura e che tutti conoscono codificato in modo preciso, è dietro l’angolo e con lui tutte le critiche che ne possono derivare. Il canto di Penelope però non ha lo scopo di scrivere in prosa l’Odissea, né di raccontare il punto di vista di Penelope durante gli anni di assenza del marito. Questo romanzo è più un’immersione nelle parole di Penelope, che in lungo flusso di coscienza riassume le sue sensazioni, i suoi pensieri più intimi, le sue paure e le sue speranze. In poche pagine Margaret Atwood cerca e riesce a ridare dignità ad un personaggio che, in una narrazione sempre e solo maschile degli eventi del mito, è stata relegata a semplice moglie fedele. Ma Penelope è molto di più. È stata una ragazza che ha imparato ad amare l’uomo a cui è stata data e che è stata costretta a sposare a quindici anni. È una donna intelligente in un’epoca in cui l’intelligenza non è una qualità positiva da associare al femminile, perché la massima dote di una donna è la bellezza, mentre l’intelletto infastidisce l’uomo padrone. È una moglie innamorata che spera con tutta sé stessa che il marito non sia morto, ma che allo stesso tempo, ferita nell’orgoglio, teme che egli, vivo e vegeto, l’abbia tradita svariate volte, proprio come narrano gli aedi. È una madre che sa bene di iniziare a rappresentare un ostacolo per suo figlio, che deve ereditare il regno e invece si trova a vivere nella reggia di suo padre ad Itaca dei pretendenti che vogliono la mano di sua madre e che sono quasi suoi coetanei.
Insomma, nonostante il romanzo sia così breve, Penelope è rappresentata come un personaggio di grande spessore e di grande forza d’animo, che sa raccontarsi in modo sincero ed ironico. Questo retelling, che poi, come ci siamo detti, retelling in fondo non lo è, sa raccontare la storia da un altro punto di vista, dandole una forza inedita e gettando luci – ma anche ombre – su un personaggio che la letteratura, da secoli, ha bollato con la semplicistica caratterizzazione di “moglie fedele” e nulla più.
Una Penelope femminista
Atwood è una figura importante del femminismo contemporaneo ed è nota per esplorare le dinamiche del potere patriarcale in diversi contesti, come quello della distopia ne Il racconto dell’ancella (1985), dove utilizza questo genere per evidenziare i rischi della soppressione dei diritti delle donne. La sua opera analizza la sottomissione femminile, spesso basandosi su eventi storici reali per mostrare come la società possa regredire.
Ne Il canto di Penelope invece riabilita una donna del mito e la libera dal suo ruolo di moglie perfetta e passiva, rendendola invece protagonista. Penelope parla dall’aldilà e, finalmente, denuncia una storia fatta anche di sessismo e di violenza sulle donne: lei, stanca di rappresentare una “leggenda edificante” e di essere sempre definita e raccontata tramite Ulisse, si riappropria della sua storia, che critica essa stessa, esortando altre donne a non accettare passivamente ciò che viene loro imposto.


