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NerdPool > Blog > Libri > LE 12 SEDIE di Il’ja Il’f e Evgenij Petrov: recensione
Libri

LE 12 SEDIE di Il’ja Il’f e Evgenij Petrov: recensione

Ilaria Derosa
1 Agosto 2025
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12 Min
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La casa editrice Voland ci presenta una nuova edizione di un classico della letteratura umoristica russa, con la traduzione italiana curata da Emanuela Bonacorsi. Uscito nel 1928, le 12 sedie, scritto a quattro mani da Il’ja Il’f e Evgenij Petrov, è un esilarante viaggio alla ricerca di dodici sedie che nascondono un tesoro inestimabile.

Trama

Unione Sovietica, metà anni ’20. Nella bizzarra e sperduta cittadina di N, in cui i negozi di barbieri e di pompe funebri superano di gran lunga il numero effettivo di abitanti, vive Ippolit Matveevič Vorob’janinov. Il cinquantaduenne nasconde un passato nobile, che ricorda con amarezza nella sua nuova vita da modesto impiegato all’anagrafe. Un giorno la sua vita cambia completamente quando la suocera morente gli confessa di aver nascosto tutti i suoi preziosi gioielli dentro una delle dodici sedie della loro villa nobiliare, espropriata durante la rivoluzione bolscevica.

Per Ippolit si apre così l’opportunità di tornare a quella vita da nobile di cui sente tanto la mancanza, perciò si dirige immediatamente a Stargorod, dove incontra Ostap Bender, un uomo stravagante che possiede un enorme talento nel rigirare le situazioni a suo piacimento. Il “mago degli intrighi” viene a sapere del tesoro e decide di aiutare Ippolit, iniziando così una collaborazione per la ricerca di esso. Nella vecchia villa padronale, ora sede di una casa di riposo, Ippolit e Ostap ritrovano solo due sedie, senza nessun brillante al loro interno. In quel momento Ippolit si rende conto che non è il solo che sta cercando i gioielli: padre Fëdor Vostrikov ha saputo del tesoro dalla confessione sul letto di morte della Petuchova e vuole a tutti i costi quel denaro per esaudire alcuni suoi desideri, mai realmente avverati.

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Le altre dieci sedie si trovano al Museo del mobile a Mosca ma, a causa di un colpo di sfortuna, finiscono disperse per tutto il territorio dell’Unione Sovietica.

Quella sedia mi ricorda la nostra vita. Anche noi siamo in balia della corrente. Ci affondano, noi riaffioriamo, anche se non mi pare che qualcuno se ne rallegri..

Comincia così una caccia al tesoro on the road, fatta di disavventure, episodi esilaranti, colpi di scena e situazione al limite del surreale. Chi troverà finalmente il tesoro, la coppia Ippolit-Ostap o padre Fëdor? Ma soprattutto, questi gioielli esistono davvero?

Recensione

Le 12 sedie è considerato una pietra miliare della letteratura umoristica russa. Uscito per la prima volta nel 1928, il libro riscuote subito un enorme successo, tanto che già nel 1933 viene realizzato il primo adattamento cinematografico. La popolarità negli anni cresce talmente tanto che molte battute e dialoghi entrano a far parte del linguaggio comune. Ma cosa ha reso questo libro un simbolo di un’epoca e di un popolo?

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Per prima cosa, si tratta di un romanzo nazionale: la ricerca forsennata delle dodici sedie si svolge su quello che un tempo era il territorio dell’Unione Sovietica, che andava da Mosca all’Ucraina, da Baku alla Georgia, da Batumi a Capo Verde. Questo viaggio on the road ante litteram nel variegato paesaggio russo, definito così dalla curatrice della traduzione Emanuela Bonacorsi, è sinonimo di unità nazionale, quella che i sovietici hanno cercato di tenere intatta negli anni a venire, con scarsi risultati. In secondo luogo, vi è una chiara critica alla trasformazione della società che il governo sovietico stava cercando di attuare. Sono anni di una imponente trasformazione sociale e politica, nel quale si passa da una concezione privatistica dei beni a quella collettiva della proprietà, in cui anche i nomi delle strade cambiano all’improvviso lasciando interdetti i suoi abitanti. Le 12 sedie che si trovavano in una villa nobiliare si perdono nel vortice della collettivizzazione, raccontandoci un momento storico di transizione, che di lì a poco si tramuterà in anni tremendi fatti di epurazioni e di repressioni sanguinarie. Leggendo le pagine di questo romanzo, il lettore russo si trovava d’accordo con le opinioni espresse.

Nonostante l’enorme successo di pubblico, in un primo momento la critica sovietica accoglie il romanzo con indifferenza, effettuando un controllo sul testo e tagliando alcune scene. Solo dopo il 1949 il romanzo viene completamente stravolto dalla censura sovietica, che accusa i due autori, ormai deceduti, di aver scritto un’opera diffamatoria e calunniosa. Il romanzo viene analizzato minuziosamente e vengono applicati tagli drastici di capitoli o vocaboli considerati “inappropriati”. Grazie ad uno studio accurato negli ultimi anni, si è riusciti a ritrovare tutti i pezzi mancanti e a ricomporre il romanzo riportandolo alla sua versione originale e permettendo al lettore contemporaneo di gustarselo in ogni sua piccola sfaccettatura.

Quello che colpisce maggiormente è leggere cosa la censura sovietica ha voluto tagliare: si passa da capitoli che parlano negativamente della Rivoluzione d’Ottobre a parti in cui si elogia lo stile di vita in Europa, da episodi di chiaro disagio sociale causato dalle difficili condizioni di vita materiale a trafiletti in cui i personaggi alludono ad un dissenso politico. Infine non mancano tagli di paragrafi incentrati sul clima di paura o a riferimenti erotici. Tutto ciò rappresenta il clima repressivo del regime sovietico, in cui agli autori e ai lettori non era consentito sia di esprimere le proprie opinioni che leggere in piena libertà. Questo ci fa comprendere come un semplice romanzo possa spaventare un regime e la sua sopravvivenza, dopo tutti questi anni, mostra la sua potenza.

La storia che Il’ja Il’f e Evgenij Petrov ci presentano è un viaggio nel territorio russo negli anni ’20, caratterizzato dai suoi paesini sperduti e dai suoi abitanti che si ritrovano disorientati dal cambio di potere, passato dalle mani della dinastia millenaria dei Romanov ai bolscevichi. La transizione è delicata ed incontra sia resistenze identitarie che contrasti di stile, gusto e mentalità. Da zaristi si passa ad avere dei nuovi ruoli sovietici, causando un disagio e una confusione tale da volerci anni per ripristinare l’ordine sociale.

Ippolit Matveevič Vorob’janinov rappresenta il nobile decaduto che ha visto svanire tutte le sue ricchezze e che è costretto a svolgere un modesto lavoro per sopravvivere. Ricorda con ardore la sua vita passata, fatta di spensieratezza, viaggi, relazioni e alcol. Nel momento che la suocera gli confessa che vi è una possibilità di riavere parte della ricchezza perduta, in Ippolit si riaccende la speranza di poter tornare agli antichi splendori e, per ottenere quei diamanti, è disposto a tutto, anche a mendicare per strada. La ricerca della sedia che contiene i preziosi gioielli gli fa incontrare Ostap Bender, che rappresenta il nuovo cittadino, costretto a truffare e a raggirare per ottenere qualcosa per vivere. Grazie al suo ingegno e alla sua astuzia, Ostap prende in mano le redini dell’operazione e muove tutta la macchina narrativa. L’antagonista è Fëdor Vostrikov, umile sacerdote che vede nei gioielli una possibilità di poter uscire dalla sua situazione precaria. Per farlo, si indebita fino al collo, provocando un enorme disagio alla sua famiglia.

La caccia al tesoro è un pretesto per gli autori di gettare i personaggi nelle situazioni più disparate, da tornei di scacchi a matrimoni fasulli, dal fingersi pittori a dormire in case occupate. In ogni situazione, si presentano figure particolari che mostrano le mille sfaccettature della condizione umana, come i vizi, le paure, l’astuzia o i timori. Nello specifico, per ogni personaggio che i protagonisti incontrano viene fatta una critica velata alla società sovietica, come il raccontare la meschinità dei funzionari corrotti oppure la presenza di cospiratori che vorrebbero riportare i parenti degli zar al potere. Gli autori si soffermano su ognuno di loro, raccontandoci la loro vita e visione del mondo. In questo modo ci mostrano la pancia del paese, tutt’altro che perfetta e ordinata come avrebbe voluto il potere centrale. Per questo motivo, la censura sovietica ci è andata giù pesante con la macchina di sforbiciatura.

Il vero protagonista indiscusso è il tesoro contenuto nella sedia, che corrisponde ad un corredo di gioielli con pietre preziose di inestimabile valore. La smania di averli porta i protagonisti non solo ad indebitarsi, ma a sacrificare sia la propria salute che gli affetti familiari. In un momento storico in cui il cittadino russo non possiede nulla, il solo provare a raggiungere una ricchezza materiale personale dà una tale energia da poter affrontare qualsiasi vicissitudine che gli si presenta davanti. Il finale della storia epico e inaspettato mette di fronte l’uomo alla sua cupidigia, che lo porta molto spesso a momenti di cecità intellettuale.

Il risultato finale è un romanzo esilarante che mescola suspence e colpi di scena, utilizzando modelli letterari che vanno dal poliziesco al romanzo in costume, dall’avventura alla satira. Nonostante il numero elevato di pagine, la lettura risulta scorrevole e il ritmo incalzante permette al lettore di non annoiarsi mai. Una favola satirica di cui abbiamo tremendamente bisogno per comprendere maggiormente la Russia sovietica.

Il libro lo potete trovare qui

Autori

Entrambi originari di Odessa, Il’ja Il’f e Evgenij Petrov – pseudonimi di Iechiel-Lejb A. Fajnzil’berg (1897-1937) e di Evgenij P. Kataev (1903-1942) – erano autori delle più importanti riviste satiriche del tempo quando si incontrarono a Mosca e decisero di scrivere a quattro mani. Dalla loro collaborazione nacquero, oltre a numerosi racconti, i romanzi Le 12 sedie (1928), Il vitello d’oro (1931), seguito del precedente, e L’America a un piano (1936)

ARGOMENTI:le 12 sedieRecensionevoland
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