Dopo anni di alti e bassi sul grande schermo, il franchise di punta targato Capcom torna a far parlare di sé nelle sale italiane. La promessa di un nuovo adattamento cinematografico porta sempre con sé un pesantissimo bagaglio di scetticismo da parte dei fan. Eppure, questo nuovo Resident Evil, arrivato nei nostri cinema, riesce in un’impresa che in pochissimi credevano realmente possibile: trovare la quadratura del cerchio. Scordatevi i toni eccessivamente trash del passato o le derive puramente autoriali che spesso snaturano il materiale di partenza; qui ci troviamo di fronte a un’opera che rispetta il DNA dei giochi, traghettandolo sul grande schermo con una consapevolezza invidiabile. Sono andato in sala con le aspettative calibrate al millimetro, pronto a fare le pulci a ogni singola inquadratura e sbavatura, e ne sono uscito con un sorriso e la giusta dose di brividi lungo la schiena.
Il ritorno alle radici: claustrofobia e atmosfera survival horror tesissima

Se c’è una cosa che i fan storici hanno sempre recriminato agli adattamenti cinematografici passati, è la fretta impaziente di mostrare troppo, troppo in fretta. Questo nuovo Resident Evil fa esattamente l’opposto. La prima metà della pellicola è un autentico manuale di regia su come si costruisce la suspense. Ci troviamo immersi in un’atmosfera “survival horror” eccellente, lenta, calcolata e molto tesa. La macchina da presa si prende il suo tempo per farci annusare l’odore della putrefazione e percepire l’isolamento claustrofobico del protagonista. I corridoi bui, le ombre che si allungano a dismisura sulle pareti sbeccate e il sound design, curato in maniera ottima, rievocano prepotentemente i fasti dei primissimi capitoli usciti sulla gloriosa PlayStation.
Ogni angolo cieco diventa una minaccia, ogni scricchiolio del pavimento tiene lo spettatore incollato alla poltrona. Non ci sono ondate infinite di non-morti pronti a farsi falciare da mitragliatori pesanti; qui, nelle fasi iniziali, anche un singolo infetto rappresenta un ostacolo quasi insormontabile. Le munizioni ostinatamente contate, il respiro affannato e la vulnerabilità tangibile dei personaggi trasudano quell’ansia meravigliosa che ci faceva sudare freddo con il pad alla mano. È un ritorno alle origini, un segmento narrativo denso in cui la Umbrella Corporation appare finalmente per quello che dovrebbe essere: un’entità corporativa oscura, cinica e spietata, le cui scellerate macchinazioni hanno scatenato un inferno biologico fin troppo tangibile.
L’evoluzione del franchise: una seconda parte decisamente action

Proprio quando pensi di aver inquadrato stabilmente il ritmo del film e ti prepari a un terzo atto fatto esclusivamente di nascondigli e fughe disperate, Resident Evil innesta la marcia superiore e cambia registro. La seconda metà della pellicola si trasforma in una roboante giostra “spacciatamente” action. Se la prima parte è un tributo al capostipite videoludico, la seconda è un palese, e riuscitissimo, omaggio all’evoluzione che i videogiochi hanno vissuto da Resident Evil 4 in avanti.
Vedere il protagonista affrontare creature mutate geneticamente con un arsenale limitato è una goduria per gli occhi. A livello puramente tecnico, la pellicola sfrutta in maniera intelligente un mix tra effetti pratici, trucco prostetico e CGI di alto livello. Le creature non sembrano mai entità virtuali scollate dal set, ma aberrazioni organiche pesanti e spaventose.
Eppure, devo segnalare quello che per una certa fetta di pubblico potrebbe rappresentare l’unico vero neo dell’opera. Il cambio di ritmo così netto e repentino tra le due metà potrebbe effettivamente spiazzare chi, affascinato dalle opprimenti atmosfere iniziali, cercava un horror puro e psicologico per tutta la durata del lungometraggio. Questa netta spaccatura strutturale rischia di disorientare quella fetta di pubblico meno propensa a compromessi narrativi.
POV e movenze iconiche e lucchetti!

Il vero colpo di genio, quello che in sala fa scattare l’applauso spontaneo di chi ha macinato ore sui survival horror, si nasconde nella regia e in quel fan service fatto finalmente con intelligenza. Vedere riproposte sul grande schermo le iconiche inquadrature in POV – come il preciso istante in cui si entra in puntamento con l’arma o il frenetico sguardo a destra e sinistra non appena si raggiunge la cima di una rampa di scale – è una scarica di adrenalina pura che vi catapulterà direttamente dentro il videogioco.
E la fedeltà maniacale di questo nuovo Resident Evil non si ferma alla gestione della telecamera: la produzione ha avuto l’ardire di inserire organicamente persino i famigerati lucchetti “indistruttibili”. Parliamo di quegli ostacoli apparentemente banali, vero e proprio marchio di fabbrica firmato Capcom, che ignorano qualsiasi legge della fisica o potenza di fuoco, pretendendo tassativamente la loro chiave specifica per essere aperti. Cinematograficamente parlando può sembrare una forzatura quasi ironica, ma è esattamente quel tipo di sadismo videoludico che noi appassionati amiamo alla follia, splendidamente portato in scena a discapito del povero Bryan in una delle sequenze del film.
Carisma e un umorismo

Un altro elemento cardine che rende apprezzabile questa pellicola risiede nella gestione impeccabile del cast. Il personaggio principale è stato scelto e caratterizzato in modo molto centrato.
Ciò che stupisce maggiormente è il sapiente uso dell’umorismo, che usato all’interno di un contesto tragico e survival è sempre un disperato salto nel buio. Nel cinema contemporaneo si tende spesso a strafare, spezzando la tensione drammatica con battutine forzate nei momenti meno opportuni. In questo Resident Evil, l’umorismo è invece gestito in maniera corretta, sempre ben dosato e mai fuori luogo. Le celebri battute a effetto sganciate a denti stretti un secondo prima di premere il grilletto, colpiscono puntualmente il bersaglio. Non risultano mai stucchevoli o parodistiche; servono piuttosto a smorzare fisiologicamente l’ansia accumulata durante le estenuanti sequenze di caccia.
In conclusione
Alzarsi dalla poltrona dopo i titoli di coda di questo film lascia addosso una sensazione di appagamento.. Certo, l’accelerata muscolare che incendia il secondo atto farà discutere parecchio all’uscita delle sale, alimentando discussioni infinite nei forum e sui social su cosa definisca realmente lo spirito di Resident Evil oggi. Ma è proprio questa duplice identità, in perenne bilico tra il terrore viscerale dei corridoi bui e il tripudio d’azione esplosiva, a rendere l’opera estremamente genuina.
Mettete definitivamente in soffitta i vecchi pregiudizi accumulati con le scorse saghe cinematografiche e preparatevi a staccare il biglietto per un viaggio viscerale che vi catapulterà direttamente nell’incubo di Raccoon City.



