L’episodio 3 della terza stagione di House of the Dragon non è solo un capolavoro di tensione politica, ma una vera e propria lezione di narrazione per il piccolo schermo. Mettendo da parte per un attimo draghi e battaglie campali, la serie targata HBO ha deciso di esplorare l’aspetto più brutale del potere: l’onere psicologico del comando. E nel farlo, come sottolinea un’acuta analisi di James Hunt, lo show ha preso in prestito una tecnica narrativa specifica dai romanzi di George R.R. Martin che, se usata a tempo debito, avrebbe potuto salvare il controverso arco finale di Daenerys Targaryen in Game of Thrones.
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L’ispirazione dai romanzi: i capitoli “POV” delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco

Nel terzo episodio, intitolato Rhaenyra la Trionfante (Rhaenyra Triumphant), la neo-regina si trova finalmente seduta sul Trono di Spade. Dopo un breve e teso incipit in cui Ormund Hightower consegna a Daemon Targaryen un finto Daeron, la narrazione si chiude a chiave dentro Approdo del Re. La saga letteraria Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (A Song of Ice and Fire) è celebre per i suoi capitoli scritti in terza persona ma con un punto di vista (POV) strettamente limitato a un singolo personaggio, come Ned Stark, Jon Snow o la stessa Daenerys Targaryen. Questo stile intimista è sempre stato difficile da tradurre sul piccolo schermo, dove la coralità regna sovrana per mere necessità di casting e minutaggio.
Sorprendentemente, sebbene il libro da cui è tratta la serie, Fuoco e Sangue (Fire & Blood), sia scritto come un saggio storico distaccato e basato su fonti frammentarie, questa puntata di House of the Dragon è ciò che più si avvicina all’esperienza di leggere un capitolo POV dei romanzi principali. Non guardiamo letteralmente la scena attraverso gli occhi di Rhaenyra, ma ogni singola riunione, ogni sospiro e ogni crisi politica ci viene filtrata esclusivamente attraverso il suo stress emotivo. Grazie alla sapiente regia di Clare Kilner e a una delle migliori (e più opprimenti) colonne sonore mai scritte da Ramin Djawadi, lo spettatore sperimenta sulla propria pelle la paranoia, l’ansia e la solitudine del potere. Un’atmosfera claustrofobica che ricorda da vicino i logoranti capitoli di Cersei Lannister ne Il banchetto dei corvi (A Feast for Crows) o quelli di Daenerys a Meereen in Una danza con i draghi (A Dance with Dragons).
L’approccio intimista avrebbe salvato la discesa nell’oscurità della Madre dei Draghi

Questa immersione totale nella psiche del regnante mette inevitabilmente in risalto il più grande rimpianto dell’ottava stagione di Game of Thrones. Il problema del crollo psicologico di Daenerys e della sua trasformazione nella “Regina Folle” ad Approdo del Re non era l’idea di base in sé, ampiamente suggerita da vari indizi nel corso degli anni, ma la fretta clamorosa con cui è stata eseguita.
Mentre Rhaenyra affronta questi dubbi appena all’inizio del suo vero mandato nella capitale, la caduta della Madre dei Draghi è stata compressa in una manciata di episodi finali. Pensate a cosa avrebbe potuto fare una puntata introspettiva simile a questa, o magari un’intera nona stagione, dedicata esclusivamente al collasso emotivo di Daenerys Targaryen. L’abbiamo vista perdere i suoi figli alati Viserion e Rhaegal, abbiamo assistito alla morte di Jorah Mormont durante la Battaglia di Grande Inverno e alla brutale decapitazione di Missandei. Infine, la mazzata definitiva: scoprire che l’uomo che ama, Jon Snow, è un Targaryen e ha una pretesa al trono superiore alla sua.
Sono tutti traumi devastanti, ma in Game of Thrones li abbiamo visti accadere dall’esterno, non li abbiamo vissuti insieme a lei. Non ci è stato permesso di entrare nella sua mente per assaporare l’isolamento e il rancore che montavano in silenzio. L’approccio asfissiante scelto oggi per Rhaenyra in House of the Dragon avrebbe fatto miracoli per la storia di Daenerys, rendendo la sua pioggia di fuoco e sangue non una svolta narrativa frettolosa, ma la tragica e inevitabile conclusione di un lungo incubo in cui il pubblico era intrappolato insieme a lei.



