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IntervisteLibri

NerdPool incontra Valentina Santini

Sara Di Giacinto
8 Gennaio 2025
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17 Min
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Valentina Santini torna in libreria ad aprile 2024 con il romanzo Mosche, che esplora i meccanismi psicologici e sociali che plasmano l’individuo e le sue aspirazioni, offrendo una riflessione potente sulla frustrazione, la trasformazione e l’identità, edito Voland. Ne abbiamo parlato all’inizio di dicembre in questa recensione e oggi vi proponiamo l’intervista all’autrice.

Ciao Valentina e benvenuta su NerdPool!

Il titolo Mosche è potente e simbolico. Come è nato? Cosa rappresentano le mosche nel contesto della storia e per te personalmente?

Francesco Sforzi è un uomo di 46 anni che ancora non è riuscito a raggiungere una posizione economica in grado di emanciparlo dalla famiglia. È omofobo, razzista, pieno di opinioni senza titolo e, soprattutto, è arrabbiato con il mondo. È la rabbia – che cerca di reprimere e controllare – a guidarlo. Questa spesso esce dal suo controllo a causa di pensieri intrusivi che gli invadono la testa, come uno sciame. Da questa immagine nasce il titolo. Qui appoggia anche il suo significato: le mosche come qualcosa di ripugnante e invadente, di fastidioso e di difficile da ignorare. E poi mi sembrava interessante sfruttare anche l’immaginario collettivo: la prima cosa che ci viene in mente quando pensiamo alle mosche è il luogo dove si posano… Ecco, mi pareva significativo se traslato sui ragionamenti di Francesco.

Francesco è un personaggio complesso e in costante evoluzione. Qual è stata la sfida più grande nel costruire la sua psicologia? Ti sei ispirata a qualcuno o qualcosa di specifico?

Il lettore è scaraventato nella testa di Francesco. Guardiamo il mondo indossando i suoi occhiali, decodifichiamo la realtà servendoci dei suoi pregiudizi e del suo ragionamento tautologico e sillogistico. Non sappiamo mai come stanno realmente le cose, ma abbiamo accesso soltanto alla sua visione – che spesso ci pare un tantino spostata. Ci accorgiamo rapidamente che Francesco interpreta il mondo facendo a meno della complessità: tutto si snuda, galleggia sulla superficie. I suoi ragionamenti sono primitivi, di pancia, di rabbia, appunto. Il comportamento umano ai suoi occhi è quanto di più semplice possa esserci, vige la regola del “ciò che vedo io, è veramente ciò che è”. Una volta messo a fuoco questo, è stato abbastanza facile costruire la sua voce, anzi, è stato perfino parecchio divertente – non che sia un aspetto necessario alla scrittura.

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Andando avanti nella stesura mi sono accorta che se intendevo imbastire un personaggio di questo tipo non avrei dovuto basarmi sulle differenze che ci sono tra me e Francesco – dove io ne esco migliore, per la serie mi piace vincere facile – ma esattamente il contrario, cioè andare a ricercare tutto ciò che mi accomunava a lui. Che cosa potevo mai avere in comune con un personaggio come lui? La risposta l’ho trovata nei meccanismi cognitivi che regolano i nostri comportamenti, atteggiamenti e opinioni. Io e francesco eravamo diversissimi nel “cosa”, ma i meccanismi, cioè “il come”, sono gli stessi. Viviamo in un contesto dove l’urgenza di tempo è cruciale – abbiamo tonnellate di decisioni da prendere continuamente, senza tregua. Siamo chiamati a formarci opinioni più o meno su tutto, e peggio ancora, ci viene chiesto anche di esprimerle – invitiamo in tv star del cinema per fare gli opinionisti su questioni geopolitiche: mi pare una roba da disturbati gravi.

I meccanismi cognitivi che guidano le nostre cognizioni sono uguali per tutti gli esseri umani. I bias – scorciatoie di pensiero che ci permettono di prendere rapidamente decisioni basandoci su parametri arbitrari, ma che ci danno l’illusione di essere validi – sono un meccanismo condiviso tra tutti gli esseri umani. Ricorriamo ai bias continuamente, soprattutto se la questione ci interessa il giusto e se non abbiamo troppo tempo da dedicargli. In parole povere: se devo comprare un detersivo, è molto più probabile che scelga quello che ho visto mille volte nella pubblicità, invece che quello che fa davvero al caso mio (bias della frequenza: preferisco ciò che ho visto più spesso. Come se questo mi garantisse qualcosa…). Sarò più propensa a preferire, a reputare più autorevole e mi sentirò più a mio agio con chi mi somiglia (bias della somiglianza, parametro un po’ deboluccio per stabilire chi è meritevole da chi non lo è). Potrei andare avanti all’infinito, ma credo di aver reso l’idea. Sono partita da qui per mettere in piedi la fabbrica di consensi che investe Francesco. Esasperare questo aspetto mi ha permesso di trovare molti punti di contatto con lui, che in tutta onestà mi hanno messo in una posizione davvero sconfortevole.

Il romanzo tocca temi importanti come il disagio esistenziale, la manipolazione mediatica e di potere. C’è un messaggio che speri arrivi in particolare ai lettori?

Gli autori e le autrici che con le loro storie vogliono mandare un messaggio ai lettori mi fanno un po’ paura – e forse ribrezzo. Scuotimi, mettimi in difficoltà, fammi riflettere, ma ti prego – e parlo da lettrice – non insegnarmi la vita. Mi piacciono le storie che, al di là della vicenda, ribollono in un posto strano, magari scomodo. Un romanzo deve essere in grado di mettermi in difficoltà e possibilmente togliermi qualche certezza. Non è bellissimo quando provi tenerezza per un cattivo? Quando cambi prospettiva? Quando le parole si fanno così scomode da mettere in crisi qualche certezza che credevi incrollabile. Oppure quando le vicende che stai leggendo ti mostrano una sfumatura del comportamento umano sotto una luce diversa? Ecco, mi piacerebbe che le mie storie riuscissero a fare questo.
Niente messaggi, niente insegnamenti.

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Francesco si trasforma in una figura politica controversa. Quanto della nostra realtà ha influenzato questa scelta narrativa?

Ho scritto questo romanzo nel 2019. I tempi editoriali sono spesso titanici e il libro è arrivato in libreria solo a metà del 2024. Faccio questa piccola premessa perché nel nostro panorama politico sono accadute cose che in maniera quasi terrificante hanno fatto risonanza con la storia di Francesco Sforzi. Torno indietro per un attimo. Siamo nel 2019, forse è ottobre. Mi ricordo che avevo individuato il personaggio: sapevo che tipo era Francesco, cosa pensava e soprattutto come. Mi interessava l’idea che fosse rabbioso, ingenuo e che ragionasse di pancia. Volevo che fosse un buono di base, ma che allo stesso tempo potesse trasformarsi in un serial killer a seconda delle circostanze. Mi interessava che fosse labile emotivamente. Avevo scritto un racconto con un protagonista fatto in questo modo e mi sembrava che la voce funzionasse bene. Ma non avevo una storia vera e propria, di ampio respiro.

Ero in auto. In radio passano una dichiarazione di un nostro politico. La dichiarazione in questione era una di quelle affermazioni imbarazzanti, che ti scatena una sorta di vergogna riflessa. Mi ricordo che chiesi a mio marito, che era al volante: «Ma cosa hanno nella testa certi politici per dire cose come queste?». E poi mi risposi da sola: «Le mosche, ecco cosa!». La storia è arrivata poco dopo. Era il 2019 e non potevo immaginare che ci sarebbero stati generali razzisti e omofobi apprezzati a tal punto da finire per rappresentarci al parlamento europeo.

    L’atmosfera di Mosche è tesa, quasi claustrofobica. Come hai lavorato per creare questo tipo di ambiente narrativo?

    Siamo nella testa di una persona che ha una mentalità ottusa e una mente molto affollata da pensieri intrusivi e questioni irrisolte. Poi ci sono gli oggetti, tanti, sporchi, vecchi, che contengono una storia alterata e un significato altro rispetto a quello che ha sempre visto il protagonista. Credo che questi aspetti contribuiscano a creare quest’atmosfera, ma più di tutto la chiusura mentale di Francesco, impermeabile a qualunque cosa, anche evidente. Vive nella sua fortezza mentale, arroccato sulle sue certezze, confinato in una villa che cade a pezzi e che non smette di rigurgitare evidenze difficili da mandare giù.

    Come nasce il tuo romanzo? Parti dai personaggi, dalla trama o da un’idea di fondo? E quanto tempo hai impiegato per scrivere Mosche?

    Ogni romanzo ha una storia a sé. Di solito non impiego più di tre mesi per scrivere un libro; per Mosche ne sono bastati due. Spesso parto da un’immagine o da un’idea che mi stuzzica, una zona grigia nella quale mi interessa mettere le mani. E poi cerco la voce. Il modo di raccontare è quello che fa la differenza, è un portatore sano di sottotesto, veicolo incredibile di contenuti. Posso avere in mente l’intuizione del secolo, ma se mi manca la voce neanche mi metto sulla pagina. Di solito la storia è l’ultima cosa che arriva – le storie sono ovunque, chiunque ha una bella storia da raccontare. Spesso ho una vaga idea della fine, non tanto legata alla trama, ma al movimento che voglio dare al romanzo. A volte cambia, a volte si sposta, a volte diventa un’altra cosa. Lo scopro sempre scrivendo e mi pare che vada bene così. Vedo l’inizio, vedo una sorta di fine, quello che accade nel mezzo lo scopro un pezzo alla volta – magari ho in mente qualche snodo. La parte difficile dello scrivere per me non è mai il cosa, ma il come. Mi pare che pesi più di tutto.

    Qual è stata la reazione più sorprendente o inaspettata che hai ricevuto dai lettori di Mosche?

    La verità è che un po’ me la facevo sotto quando il romanzo stava per uscire. La paranoia principale era questa: e se la gente pensa che anche io sia una razzista, omofoba, misogina? È un timore insensato, me ne rendo conto. Prima dell’uscita però questa ipotesi mi terrorizzava. Invece è successo altro. Mi sono molto sorpresa quando i lettori hanno cominciato a scrivermi dicendomi di aver amato il libro, aver odiato Francesco ed essersi sentiti male per aver riconosciuto una certa “franceschitudine” in alcuni dei loro comportamenti. È stata una bella soddisfazione. Mi piaceva l’idea di aver toccato una zona scomoda nelle persone. Le contraddizioni umane sono un bel terriccio per far germogliare le storie.

    Le mosche sembrano rappresentare il degrado e il conflitto interiore del protagonista. Come hai scelto di utilizzare il simbolismo per arricchire la narrazione?

    Non so se ti so rispondere. La scelta delle mosche nello specifico l’ho raccontata prima: una battuta fatta sull’onda dello sconforto è stata il clic per una storia. Nel romanzo di simboli ce ne sono tanti, più o meno evidenti – non è necessario che lo siano, anzi forse è meglio se non lo sono. I simboli, intesi come contenitore di significati e come veicolo immediato e silenzioso per testimoniare un senso universale delle cose, hanno sempre fatto parte del mio modo di guardare alla realtà.

    Francesco pensa in maniera molto frammentata, passa da un argomento all’altro in maniera rapida e apparentemente discontinua. In realtà non è così. Per costruire il suo modo di pensare mi sono basata molto sul “segreto di famiglia”. C’è un fatto cruciale che Francesco scoprirà durante la storia. Si tratta di una di quelle cose in grado di scardinarti l’esistenza e toglierti ogni punto di riferimento, una rivelazione potente che lo travolgerà non poco. È stato per me un perno. Nella realtà questo segreto è sempre stato occultato in maniera maldestra. Anzi, paradossalmente gioco a carte scoperte: se qualcuno avesse voglia di rileggerlo una seconda volta alla luce delle rivelazioni, scoprirebbe che sono tutte dette ed esplicitate da pagina tre. Francesco conosce benissimo la verità, solo che non vuole vederla. Il suo modo di pensare così frammentato racconta la fatica che fa il suo inconscio nel destreggiarsi tra due spinte: quella di difendere Francesco dalla verità e quella opposta, cioè fargliela scoprire. Per riuscire a fare questo mi sono servita dei simboli: ogni oggetto è feticcio di qualcos’altro, ogni pensiero si muove su traiettorie precise, guidate da meccanismi inconsci. Insomma: se qualcuno avesse voglia di interrogarmi, saprei dire punto per punto perché Francesco passa dall’argomento A all’argomento B. E adesso la psicopatica però sembro io…

    Scrivere di temi così profondi e complessi può essere impegnativo. Hai avuto momenti in cui ti sei sentita bloccata o sopraffatta? Se si, come li hai superati?

    Con Mosche non mi è mai successo. Una volta trovata la voce è stato abbastanza facile. Durante la scrittura mi capitava di rimanere un po’ incastrata nel suo punto di vista. Andavo fuori e pensavo: «Francesco farebbe così, Francesco si comporterebbe cosà». Succede anche adesso, ogni tanto. Per altre storie, invece, mi è capitato di trovarmi un po’ impantanata. Se si tratta di un problema di trama lo risolvo così: cammino in salotto – spazio calpestabile sei metri quadri. Chilometri fatti come dentro la ruota di un criceto. Di solito funziona. Nella peggiore delle ipotesi ammorbo mio marito con un monologo che di solito mi porta a trovare la soluzione. Se invece il pantano è causato dalla voce del personaggio o dal fatto che questo sia fuori fuoco, la situazione è più complessa. Tento altri approcci. Se non funziona, butto via tutto e scrivo un’altra cosa.

    Hai già in mente nuovi progetti, libri o temi che vorresti esplorare in futuro?

    Sto lavorando a tre storie, e ne ho una quarta che mi frulla in testa. Non so quale tra queste prenderà il sopravvento e arriverà alla conclusione per prima. Ho diversi libri pronti, tra cui un tomo per ragazzi che mi piace tanto, ma che fatica a trovare casa. Il prossimo romanzo però è già pronto e uscirà a settembre, sempre per Voland.

    Ringraziamo Valentina Santini per la disponibilità e vi invitiamo a recuperare il suo romanzo Mosche! Ci risentiamo presto su questi canali per altre interviste dal mondo dei libri!

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