Dopo aver letto e recensito il suo primo romanzo Il Paese più bello del mondo (Bookabook, 2025), vi proponiamo oggi l’intervista all’autore, il giornalista Luca Zorloni.
Ciao Luca e Benvenuto su NerdPool!
Il Paese più bello del mondo è il tuo primo romanzo, che hai scelto di pubblicare con Bookabook, la quale si distingue dalle altre case editrici perché propone un’editoria diversa: tramite una campagna di crowdfunding si viene a creare intorno all’autore un pubblico pronto alla pubblicazione. Raccontaci i motivi della tua scelta e la tua esperienza con il crowdfunding.
Ho scelto di pubblicare con Bookabook, e quindi con la formula del crowdfunding, perché mi ha molto convinto il loro approccio editoriale di cura del libro e di percorso di affiancamento all’autore. La campagna mi spaventava tantissimo all’inizio, soprattutto perché devi raccontare qualcosa che di fatto non esiste ed è difficile da sintetizzare con un messaggio facile com’è un libro, però mi ha molto aiutato a strutturare proprio il racconto che faccio all’esterno del mio romanzo e anche a confrontarmi con le persone, con la loro curiosità, con le loro domande. Un altro aspetto che è molto piaciuto è che attraverso questa campagna social tante persone con cui non ci si sentiva da tempo si sono incuriosite sia al progetto del libro sia alla pratica del crowdfunding; quindi, è stato anche un modo per riannodare alcune relazioni che si erano perse nel tempo.
Ambientato in Italia in un futuro non troppo lontano dove le città d’arte come Venezia, Roma e Siena sono state trasformate in veri e propri parchi a tema per turisti, il tuo romanzo è un distopico, ma che ha il sapore della spy story. Quali sono stati gli spunti che ti hanno portato a ideare questa storia?
Ho scelto come genere la distopia perché trovo che sia molto utile immaginare spesso dei futuri negativi in cui succedono cose che non ci augureremmo accadere, perché è un modo molto semplice ma al tempo stesso efficace per poter ragionare sui problemi del presente. Da giornalista abituato a raccontare il presente minuto per minuto ho trovato nella distopia una buona via di fuga per la mia immaginazione, senza però discostarmi troppo da alcuni approcci che sono comuni nella mia vita quotidiana.
Lo spunto a me è arrivato da una classica gita a Venezia, in una giornata neanche troppo particolare: la vista della città, di tutti i negozi di souvenir, del fatto che ormai Venezia ha proprio strutturato la parte del centro storico per accogliere e per rispondere soltanto ai bisogni dei turisti. Davanti a questa scena ho pensato “Qui mancano soltanto i figuranti in costume d’epoca e poi Disneyland è servita”. Questa immagine mi è un po’ ronzata nella mente per qualche giorno, ho deciso poi di provare a dargli seguito iniziando a scrivere le prime scene del libro, che sono appunto ambientate a Venezia. Ho trovato che la storia potesse stare in piedi e ho deciso di svilupparla, ma nello svilupparla di provare anche a dare un po’ più di ritmo ai fatti giocando su questo aspetto un po’ da spy story che emerge nella seconda parte soprattutto del libro.
Il romanzo è ambientato nel 2032, ad appena sette anni di distanza dal nostro presente. Perché hai scelto un futuro così vicino?
A far scattare il campanello di allarme che l’Italia attuale di oggi non sia troppo distante da quella del libro, non sono solo alcuni fattori come, per esempio, il fatto che Venezia ha adottato un biglietto di ingresso per entrare in città nei giorni di maggiore densità di visite e quindi si è avvicinata molto a quel tipo di idea di parco a tema. Oppure che in tante altre città turistiche o a grande vocazione turistica come Firenze, Roma e Napoli, la tendenza a destinare a questo uso tanti spazi pubblici e tante attività stia aumentando.
Il quadro che più mi preoccupa è il fatto che, per esempio, un pilastro dell’economia italiana come la manifattura sia tremendamente in crisi, che tantissime persone oggi contino sulla rendita, per esempio immobiliare, magari case ereditate, per vocarle all’uso turistico nella speranza di compensare il fatto che oggi non possono avere dei buoni ritorni economici dai lavori che fanno, perché gli stipendi non crescono. Oppure il fatto che tantissimi giovani, migliaia ogni anno, lasciano l’Italia e quindi noi perdiamo la spinta più propulsiva e creativa delle nostre generazioni. O ancora mi spaventa il fatto che il governo insista molto nel riconoscere alcuni settori tradizionali del made in Italy, come il turismo e l’agricoltura, quali settori un po’ principi della nostra economia. Sono più questi elementi di scenario che mi fanno suonare il campanello di allarme che quel futuro così distopico purtroppo potrebbe non essere troppo lontano.
Il personaggio di Annibale Manin sembra la rappresentazione dell’italiano medio, quello che si lamenta ma fatica a trovare il coraggio di agire per cambiare le cose. Un antieroe, seppur fondamentalmente buono e onesto. È stato scritto con questo intento?
Scrivendo il personaggio di Annibale non volevo rappresentare una persona che avesse maturato in sé una postura, rispetto alla realtà che lo circonda, particolarmente forte e incisiva, ma proprio un comune sentire che è quello alle volte trovarsi spaesati, disorientati e quindi anche impauriti e in difficoltà a cambiare, perché non si hanno gli strumenti o non si trova il modo di poter reperire questi strumenti. Quindi lo trovo una figura molto comune, che forse più che fastidio in genere suscita compassione, perché in fin dei conti un po’ tutti ci riconosciamo nelle difficoltà ad opporci a quelli che sono i problemi che sentiamo più opprimenti nei nostri confronti.
Uno degli aspetti più importanti della nuova società che si è creata nel tuo libro è un prepotente ritorno al passato, ritenuto prevedibile e rassicurante rispetto al futuro incerto e nebuloso. Ritieni che questo aspetto si rifletta anche nel nostro presente?
L’Italia ha un rapporto molto complesso con il proprio passato: inevitabilmente avere sul proprio territorio e all’interno del proprio percorso culturale una tale ricchezza di tradizioni, fa sì che lo schiacciamento verso il rispetto, la conoscenza, lo studio e la valorizzazione di questo passato sia sentito come un dovere e misconoscerlo come una mancanza di rispetto. Al tempo stesso questo, alle volte, ci impedisce di guardare con più fiducia e con più interesse al futuro, inteso come rottura di alcuni sistemi costituiti e di alcune pratiche date ormai per assodate. E un passato così ricco e così ammirato è anche motivo di orgoglio, per cui ci si rifugia anche per cercare quella medaglietta da appuntarsi al petto. Questo è ragionevole e comprensibile, ma non ci deve far dimenticare che proprio quel passato così ricco e così memorabile è nato da un afflato verso il futuro, da un desiderio di consegnare alla storia e quindi ai posteri qualche cosa che potesse essere ricordato e quindi questo stesso stimolo dev’essere oggi per noi un motivo non solo di conservazione, ma anche di creazione e di innovazione.
Col ritorno al passato, il nuovo governo ha anche fortemente limitato l’utilizzo delle tecnologie, impedendo in questo modo ai suoi cittadini di mantenersi informati su ciò che accade al di fuori dell’Italia. Strategia di controllo che abbiamo già visto accadere in diversi Paesi governati da regimi dittatoriali, sono state queste realtà a ispirare la tua scelta o sotto c’è di più?
Per effetto del mio lavoro a Wired io ho sempre guardato con attenzione all’uso distorto e oppressivo che si può fare attraverso gli strumenti tecnologici: il controllo della società, la sorveglianza delle persone, la limitazione del loro accesso alla conoscenza o a luoghi dove possono manifestare liberamente il proprio pensiero. Quindi anche i casi un po’ più estremi hanno ispirato le scelte adottate dal governo italiano nel libro. Purtroppo, sempre di più vediamo come anche stati democratici, temendo gli aspetti più preoccupanti che possano emergere dalla rete, tendono a spingere per controlli molto invasivi, che hanno come controaltare quello di limitare la libertà delle persone. Non dobbiamo pensare che solo regimi dittatoriali si facciano portavoce di questo tipo di attacchi alla libertà sulla rete, ma spesso questi possono arrivare anche da democrazie.
Le città d’arte sono protagoniste del romanzo, ma ridotte a trappole per turisti e mercificate all’inverosimile. In città come Venezia che soffrono da tempo ormai di overtourism, è sempre più difficile e complesso trovare un equilibrio tra turismo e rispetto storico. Ritieni che chi ci governa dovrebbe fare di più per tutelarle? E qual è la nostra responsabilità collettiva per la valorizzazione del nostro prezioso patrimonio culturale?
Indubbiamente chi governa ha una grande responsabilità nella gestione del patrimonio artistico e culturale. Lo sviluppo economico e il prodotto che può essere generato dalle attività turistiche non vanno certo biasimati o condannati, però esistono delle fragilità connesse anche all’età che hanno alcuni elementi del nostro patrimonio artistico che non possono essere soggiogate alle logiche di profitto. Questi beni noi li abbiamo in gestione non per esaurirli nell’arco di un dato periodo di tempo ma per consegnarli ai posteri, magari anche meglio di come abbiamo trovati, affinché possano durare nel tempo. Alcune delle nostre città e dei nostri monumenti hanno apposto il riconoscimento di patrimonio dell’umanità, significa che sono dei beni che travalicano la proprietà nazionale (il fatto che siano in Italia e che appartengano al patrimonio culturale italiano) e che hanno un valore per tutto il mondo e quindi, come Italia, dobbiamo essere responsabili di questi beni. Perciò il turismo, che sia over o che sia normale, va incanalato in una forma che permette al nostro patrimonio artistico e anche naturalistico come le montagne, le valli, i mari, le coste, di poter essere preservato nel migliore dei modi. E se questo significa che occorre, in taluni casi, limitare l’accesso delle persone o ripensare i percorsi e la fruibilità di questi beni, questo non deve essere visto solo come un ostacolo, ma come uno stimolo a cercare soluzioni intelligenti, creative e capaci di migliorare anche compensando da una parte la necessità del bene stesso e dall’altro la volontà del turismo di migliorare l’esperienza stessa di chi visita l’Italia.
Dunque, a fronte della dicotomia che oggi vedo tra sì turismo/no turismo, la scelta deve essere una terza via che, contemplando entrambe le posizioni, trovi delle soluzioni molto più innovative e che magari guardi alla tecnologia, all’innovazione e a quello che la scienza e la ricerca oggi ci offrono per poter garantire un vero futuro a questi beni. Se dovessimo distruggerli, rovinarli o intaccarli in maniera grave, questo sarebbe un danno che non intaccherebbe tanto il profitto di un bar, di un ristorante, di un albergo, ma farebbe male all’umanità intera. E tra l’altro sarebbe un danno irreparabile e quindi con conseguenze gravissime sul futuro di chi da questi beni può trarne conoscenza, sapere, visione, ispirazione, tutto quello che insomma visitare i luoghi dell’arte ci ispira.
Nel tuo romanzo c’è un libro che è la chiave per Annibale Manin per diventare davvero motore del cambiamento e protagonista della propria vita: Favole al telefono di Gianni Rodari. Raccontaci perché hai scelto proprio questo libro e per quale motivo ha un ruolo così importante nella narrazione.
Le Favole al telefono sono un libro che è molto legata alla mia infanzia, era il libro che mio papà mi leggeva da bambino. E quindi quando ho cercato una chiave per costruire un pezzo della spy story (non volendo affidarmi ai soliti codici cifrati ad alcuni strumenti più conosciuti) ho guardato come ispirazione a un oggetto che è forse l’unico elemento autobiografico che c’è nel libro. L’ho utilizzato perché trovavo in qualche modo divertente e inaspettato il fatto che una chiave fondamentale per svolgimento del libro si trovasse in un oggetto all’apparenza abbastanza innocuo come è una collezione di fiabe per bambini.
Concludiamo l’intervista con un consiglio per i nostri lettori: quale libro secondo te deve trovarsi assolutamente nelle nostre librerie e perché?
Il mio consiglio è proprio di riscoprire le Favole al telefono di Rodari. Ovviamente è un libro semplice, un libro per bambini, ma che rivela una grandissima libertà linguistica, una fortissima libertà di immaginazione, con la capacità di tenere insieme elementi molto diversi. Vi sono favole che trattano diversi temi, protagonisti, ambientazioni, hanno insomma una grandissima varietà e diversità, ed è anche un libro che lancia ancora a mio parere dei messaggi molto attuali di libertà di espressione, di invito alla creatività, a rompere le convenzioni e al rispetto delle persone più fragili. E lo fa con un linguaggio estremamente diretto qual è quello da rivolgere a dei bambini e quindi penso che sia un libro che vale la pena conservare sui propri scaffali e ogni tanto tirare fuori, tornare a sfogliarlo anche solo per leggersi prima di dormire qualche pagina di una fiaba.
Ringraziamo Luca Zorloni per la disponibilità e vi invitiamo a leggere, se non lo avete già fatto, il suo libro Il Paese più bello del mondo!
Potete acquistarlo a questo link.


