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IntervisteLibri

NerdPool incontra Sabrina Zuccato

Eleonora Trevisan
8 Marzo 2025
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11 Min
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Dopo aver letto e recensito il suo primo romanzo La levatrice di Nagyrev (Marsilio Editori, 2025), vi proponiamo oggi l’intervista all’autrice, Sabrina Zuccato.

Ciao Sabrina e benvenuta su NerdPool!
Giornalista pubblicista, videomaker, reporter e ora anche scrittrice: scrivere un libro è sempre stato un tuo sogno, un tuo obiettivo?

Sì, ho sempre scritto molto. Da bambina mi divertivo a creare piccoli racconti o una sorta di gazzetta della mia famiglia. Era spassoso poi “abbellire” le pagine con i disegni di Clip Art, all’epoca mi sembrava qualcosa di avanguardistico! Crescendo, e frequentando spesso le librerie, mi ripetevo quanto mi sarebbe piaciuto poter scorgere sugli scaffali, un giorno, un mio libro. È stato emozionante vederlo esposto davvero. È un sogno che ho sempre avuto, hai colto nel segno!

La levatrice di Nagyrév è il tuo nuovo romanzo che abbiamo avuto il piacere di recensire. Raccontaci come è nata l’idea di scrivere questa storia.

Innanzitutto vi ringrazio per la vostra preziosa recensione, per lo spazio e l’attenzione che state dando al mio libro! Ho scoperto questa vicenda quasi per caso, circa tre anni fa, consultando un libro di criminologia. Mi ha colpito subito l’insolita modalità con cui erano stati commessi i crimini nel remoto villaggio di Nagyrév, all’inizio del secolo scorso. Non mi riferisco solo al fatto che, in prevalenza, le donne fossero le autrici dei delitti e gli uomini le vittime, ma anche alle complesse dinamiche che portarono a un’escalation di violenza tanto ampia e diffusa. Ho pensato che questa storia potesse offrire molteplici spunti di riflessione, non solo dal punto di vista criminologico, ma anche storico e antropologico. Per questo ho voluto raccontarla.

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Il romanzo è diviso in cinque parti: le prime quattro sono intitolate ai quattro elementi di aria, acqua, fuoco e terra, mentre l’ultimo è intitolato al sangue. Una scelta singolare, a cosa è dovuta?

La vicenda narrata racconta di quanto la superstizione fosse ancora fortemente radicalizzata nelle piccole comunità rurali ungheresi. La professione della levatrice veniva vista come qualcosa a metà strada tra il mondo umano e quello ultraterreno. Non è un caso che Zsuzsanna Fazekas venisse chiamata “strega”. A partire da questo assunto, ho pensato che sarebbe stato interessante inserire diversi elementi esoterici nel racconto, così mi sono ricordata degli elementi aristotelici (acqua, fuoco, terra, aria) e mi sono accorta di come, sorprendentemente, si legassero bene alla struttura narrativa del racconto. E infine tutto culmina nel sangue, collante primordiale tra gli elementi. Di sangue, nel romanzo, ne scorre a fiumi, tuttavia non viene rappresentato solo come simbolo di violenza e ferinità: simboleggia anche l’intimità e la visceralità.

Il tuo romanzo è frutto di un’attenta indagine, come ti sei organizzata per la ricerca delle fonti? E quanto tempo hai impiegato per raccogliere tutte le informazioni?

La stesura del romanzo è iniziata dopo più di un anno di studio, ricerca e raccolta di documenti. Inizialmente ho “collezionato” quanti più articoli riuscissi a trovare. Per fare questo mi sono iscritta alle emeroteche digitali ungheresi, che conservano tuttora, in forma  digitale appunto, intere testate del secolo scorso. Lì ho trovato una varietà infinita di informazioni, ma ho consultato anche cronache pubblicate da giornali esteri (ve ne sono un paio approdate perfino sulle pagine del New York Times). Dopo essermi fatta un’idea generale della vicenda, grazie anche all’aiuto di una traduttrice madrelingua ungherese, ho recuperato alcuni atti giudiziari e diverse tesi di dottorato, e soprattutto quello che considero il volume più completo e affidabile sull’argomento: Tiszazug: Social History of a Murder Epidemic del professore Bela Bodo. Quando ho avuto una visione più chiara del caso, mi sono recata a Nagyrév di persona. Nel villaggio ho trascorso circa una settimana, durante la quale ho potuto visitare i luoghi, respirare l’aria della campagna magiara e parlare con la gente del posto.

In quanto romanzo storico, nella vicenda che racconti hai incrociato abilmente realtà e finzione. Ma quanto di vero e quanto di inventato c’è nel tuo libro?

C’è molto di vero, ma alcune cose sono state inventate o rielaborate per questioni puramente narrative. Le storie delle donne, le vessazioni subite non solo per mano dei parenti ma anche dai tutori della legge durante le indagini e i processi sono reali e documentate. Ho cambiato alcuni nomi per evitare casi di omonimia. Il personaggio di Zsuzsanna ricalca la sua controparte storica solo in parte: sono veritieri gli arresti per aver procurato aborti illegali, così come la sua professione, il timore quasi reverenziale che incuteva nel prossimo e la propria responsabilità nella catena di omicidi. La vera Zsuzsanna però era più anziana, vedova e aveva una figlia di nome Maria, che professò come levatrice a Nagyrév, prendendone il posto. Alla fine del libro comunque dichiaro espressamente cosa c’è di reale e cosa, invece, è stato rimaneggiato.

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Uno dei pregi del tuo libro è che i personaggi sono tutti molto ben caratterizzati e approfonditi. Tra tutti, il personaggio di Zsuzsanna spicca per la sua singolarità, per l’allure di mistero che la circonda e per la sua ambiguità. Oltre alle fonti storiche, a cos’altro ti sei ispirata nella sua creazione?

Ti ringrazio! Le fonti raccontano di una persona molto erudita, emancipata, guardata dagli altri con rispetto ma anche con inquietudine. I testi da me consultati raccontano chiaramente la sua propensione a manipolare il prossimo. Ecco, proprio questo aspetto così sinistro mi ha fatto pensare a una struttura settaria e inevitabilmente mi è venuto in mente Charles Manson, con cui Zsuzsanna condivide un pericoloso carisma negativo, in grado di istigare i propri simili a commettere atti efferati. Per la sua personalità mi sono in parte ispirata anche a Rasputin, che come lei vestiva sempre di nero, gli occhi intensi e ipnotici, un’aura quasi mistica che lo avvolgeva ovunque andasse.

Hai scelto di narrare senza giudicare: nel tuo romanzo non si trova traccia di condanne o assoluzioni da parte tua, una scelta fatta per permettere al lettore di formulare un suo pensiero sulla vicenda? Qual è il messaggio che vuoi trasmettere?

Esattamente! Non c’è alcun intento accusatorio o assolutorio nella mia narrazione. L’obiettivo era semmai scuotere il lettore, spingendolo a porsi domande e dubbi, anche di natura morale, non solo sulla vicenda narrata ma anche in relazione alla nostra contemporaneità.

Le donne di Nagyrév, sottoposte per anni a violenza, miseria e sopraffazione, finiscono per trasformarsi da vittime a carnefici. Ritieni che questa dinamica sia più attuale di quanto si pensi?

Storicamente parlando, il caso Nagyrév non è stato il primo in cui alcune donne si siano trasformate da vittime a carnefici. Ho scoperto che, nel corso della Storia, si sono verificati altri episodi molto simili (si pensi, ad esempio, alla famigerata “acqua Tofana”). Non saprei dire in quale misura queste dinamiche siano ancora attuali, ma è facile presumere che esistano tuttora delle forme di ‘resistenza’ alle sopraffazioni, probabilmente di stampo differente, e che non necessariamente contemplino l’uccisione di un individuo.

Il tuo romanzo indaga su tematiche molto importanti, come i limiti della giustizia, il confine tra misericordia e crudeltà, la violenza di genere. Come è nata l’esigenza di trattare di questi temi? Hai avuto momenti in cui ti sei sentita sopraffatta?

Volevo inserire diversi temi, anche “controversi”, perché non esiste quasi mai un’unica prospettiva da cui guardare la verità. Mi piaceva l’idea di portare il lettore a porsi dilemmi morali. E siccome i temi trattati sono molto pesanti, passatemi il termine, inevitabilmente ci sono stati parecchi momenti in cui mi sono sentita sopraffatta… un po’ continuo a sentirmi tale perfino ora!

Speriamo di leggere ancora qualcosa di tuo in futuro, hai già qualche nuovo progetto in cantiere?

Grazie per la fiducia, intanto! Ho diverse idee, e tutte contemplano la scrittura. Vorrei ultimare la sceneggiatura di un fumetto al quale stavo lavorando prima del progetto Nagyrév. E poi, perché no, magari scrivere un nuovo romanzo!

Concludiamo l’intervista con un consiglio per i nostri lettori: quale libro secondo te deve trovarsi assolutamente nelle nostre librerie e perché?

Vorrei citare il libro che più di tutti mi ha segnata negli ultimi anni: Compulsion di Meyer Levin. Nonostante l’abbia letto parecchio tempo fa, continuo a pensarci ancor oggi. Credo sia uno degli esempi meglio riusciti di ciò che la grande letteratura è in grado di fare: scardinare tutte le nostre certezze.

Ringraziamo Sabrina Zuccato per la disponibilità e vi invitiamo a leggere, se non lo avete già fatto, il suo romanzo La levatrice di Nagyrev! 

Grazie di cuore a te, Eleonora, alla redazione di Nerdpool e ai lettori!


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