La fama raggiunta da Giulio Macaione rende facile e difficile presentarlo. Facile perché avendo pubblicato diverse opere è impossibile citarne una e non averla letta. Dall’altra proprio perché il suo catalogo comprende tante e diverse storie che affrontano diversi temi e questioni, diventa riduttivo citarne solo una o due. Di certo nell’ultimo anno si è parlato della breve storia che gli ha fatto vincere l’Eisner, Spaces, e di Tutte le volte che sono diventato grande, uscito un anno fa per Bao Publishing. Durante lo ZIP! Comics Fest abbiamo potuto parlare con Giulio di vecchie e nuove opere alle quali sta lavorando. Ecco che cosa ci ha detto in questa intervista.
Lo scorso anno hai vinto un Eisner con Spaces, storia scritta da Phil Jimenez. Ci racconti qualcosa sulla creazione di questa storia e ti saresti mai aspettato di vincere l’Eisner?
Ovviamente non me lo sarei neanche sognato di vincere l’Eisner. E l’ho vinto perché ho fatto questa storia con Phil Jimenez, se no non ci sarei mai arrivato. Io avevo già lavorato a delle altre storie brevi per DC Comics. Ma quando mi hanno contattato per quella storia, Phil Jimenez mi ha proprio chiesto di disegnarla come un mio fumetto, Stella di Mare, di usare lo stesso gioco di colori, tra blu e gialli, proprio perché cercava quell’atmosfera lì. E questo è stato bello, perché non pensavo neanche che sapesse [dell’esistenza] di quelle pagine.
Era una storia per lui molto personale, perché racconta di quanto lui, in quanto prima bambino e poi uomo queer, abbia trovato rifugio e riparo nei mondi fantastici di Wonder Woman, e dei fumetti in generale. E la cosa bella è che nonostante per lui fosse una storia molto personale, in realtà parlava anche per me perché in Tutte le volte che sono diventato grande, al quale stavo lavorando in quel periodo, io un po’ parlo delle stesse cose. E quindi è stato un bell’incontro.

Secondo te questo potrebbe essere anche un trampolino per altri progetti, magari anche internazionali.
Me lo auguro. Al momento non ho altri progetti negli Stati Uniti. Il periodo non è dei più rosei, devo dire. Però la collaborazione con DC Comics va avanti da un po’ di anni, quindi mi auguro che ci saranno altre occasioni.
Ultimamente abbiamo notato che ti sei dedicato a progetti autoprodotti, come Olympia e Overpaint in uscita su Patreon. Come mai hai deciso in questo periodo di dedicarti a questi progetti?
Sto scrivendo il prossimo graphic novel e voglio farlo con i tempi che servono alla storia per maturare, per essere il più possibile compiuta prima che inizi a disegnare. E nel frattempo non riesco a stare fermo. Avevo quest’idea di una storia erotica basata su l’Olympia di Manet e ho voluto realizzarla proprio per fare qualcosa mentre sto scrivendo il prossimo libro. In realtà però è stata un’esperienza molto bella, intanto perché riprendere a disegnare corpi in un certo modo mi ha fatto ricordare quanto mi piaccia disegnarli, quanto mi diverta. E quindi poi ho deciso di aggiungere anche quest’altro progetto che è Overpaint e che partirà venerdì prossimo su Patreon (NDR: 24 aprile), perché mi piace l’idea di pubblicare a puntate.
È una cosa che ho sempre voluto fare e oggigiorno le riviste purtroppo sono poche. Anzi credo non ci siano nemmeno riviste per quel genere di storie. Comunque è una storia fortemente erotica che non avrebbe spazio nelle riviste che esistono in Italia. E mi piace l’idea di lavorare su un fumetto a episodi in modo tale da avere un dialogo e un feedback con chi lo legge anche proprio mentre la storia sta andando avanti. Per cui probabilmente farmi anche influenzare da quello che pensano i lettori.
Pensi anche che un giovane artista debba considerare la strada dell’autoproduzione per farsi conoscere?
L’autoproduzione è sicuramente qualcosa che ti concede la massima libertà espressiva di contenuti e anche di forma, perché comunque quando un libro va in libreria deve avere una certa forma. Ma nel momento in cui lo produci tu e lo vendi tu in prima persona senza una distribuzione può anche avere proprio una forma fisica diversa a cominciare dal numero di pagine che può essere anche inferiore rispetto a un graphic novel. È sicuramente qualcosa che ti insegna anche quale sia tutto il lavoro al di là del fumetto nello specifico perché di fatto ti trovi anche a farti da editor, da grafico. Insomma devi confezionare un prodotto a 360 gradi, pubblicizzarlo, devi saperti anche vendere. Quindi sicuramente è una palestra utilissima. Ci sono tantissime fiere in Italia di fumetto per cui è diventato anche facile portare i fumetti autoprodotti alla gente.
Ovviamente bisogna essere bravi a crearsi un pubblico. La cosa che io consiglio a chi inizia le autoproduzioni è di non imbarcarsi in serie e progetti seriali. L’ho visto fare tante volte ma nel momento in cui il lettore non ha una certezza sulla periodicità e reperibilità del fumetto è veramente un grosso investimento iniziare una serie autoprodotta per il lettore perché effettivamente non sa se poi la serie andrà avanti, se verrà compiuta e la troverà banalmente.

Olympia è un fumetto breve. Crediamo che uno dei tuoi punti forti sia di far immergere il lettore nella storia attraverso i personaggi. Hai trovato delle difficoltà nel farlo in meno pagine rispetto a un racconto più lungo?
Scrivere una storia breve mi viene sicuramente più difficile rispetto a scrivere una storia lunga perché appunto in poche pagine devi riuscire a trascinare il lettore in una dimensione, in una storia, in un’atmosfera e dargli l’impressione di conoscere dei personaggi che in realtà segue per poche pagine. Con Olympia io volevo proprio giocare sul mistero dietro le persone, sulla seduzione ma anche sulla sensualità di non conoscere l’altro e di proiettare anche una certa idealizzazione. Per cui anch’io ho avuto un approccio diverso rispetto al solito. Io di un fumetto conosco tutto dei miei personaggi, anche delle cose che magari poi non racconto nelle storie. Di Olympia invece non erano neanche decisi i nomi dei personaggi perché volevo proprio che rimanesse questo alone di mistero che contribuisce a questo sguardo reciproco di curiosità e di proiezione.
Invece di Overpaint, che hai detto uscirà il 24 aprile, a episodi, cosa puoi raccontarci?
È una storia, per farla breve, di sesso e potere. È ambientata a Bologna nel mondo universitario e anche qui in un certo senso c’entra l’arte, a cominciare dal titolo Overpaint, che significa proprio la stratificazione dei livelli di pittura. La storia sarà divisa in vari capitoli, al momento ne ho progettati tre ma dipende poi da come andrà. Tre macro capitoli, poi gli episodi invece saranno di più. Il primo capitolo si chiama Pentimento, che non ha nulla a che vedere con il concetto cristiano cattolico di pentimento.
Il pentimento è nell’arte e in pittura quando un artista cambia idea in fase di lavorazione di un’opera e quindi copre qualcosa che ha già fatto. Quello che ha coperto in molte opere, per esempio nei dipinti ad olio, col tempo viene fuori. Quindi non solo è qualcosa che ci dà una traccia del percorso, del processo mentale dell’artista, dei ripensamenti e delle correzioni, ma effettivamente rende l’opera autentica perché nelle copie non ci sono ripensamenti, non ci sono pentimenti.

Anche il colore nella tua produzione è molto importante e hai alternato sia lavori a colori che lavori in bianco e nero. Di solito su cosa ti basi per scegliere se utilizzare il colore o no?
Sulle atmosfere che voglio suggerire nella storia, anche se forse ho una predilezione per il bianco e nero nei fumetti. Con il bianco e nero ho comunque le palette molto limitate di colore, per cui anche quando uso una colorazione completa cerco sempre di mantenere comunque un’omogeneità dell’opera. Nel caso delle bicromie, che poi sono la mia comfort zone, posso anche cambiarle drasticamente, perché utilizzando appunto un solo colore oltre al nero spesso il cambio di colore dà anche il cambio di atmosfera e di clima proprio narrativo della storia. Come ho fatto per esempio in Scirocco, dove in un’unica storia c’erano tre parti di tre colori diversi perché seguivano non solo lo spostamento geografico della narrazione, ma anche proprio il cambio di clima emotivo.
Anche Overpaint sarà strutturato così, ma in questo caso il colore cambierà proprio ad ogni scena. Ogni sequenza avrà una gradazione di colore diverso proprio per suggerire un’atmosfera, un tipo di luce o banalmente l’ora del giorno diversa.
Un’ultima domanda su Tutte le volte che sono diventato grande, uscito ormai un anno fa. Essendo un’opera molto personale, pensi che abbia raggiunto il pubblico, che sia stata capita dal pubblico?
Non solo è stata capita. Io ho raccontato qualcosa che per me era estremamente personale e l’ho fatto perché mi serviva principalmente. Però quando ho finito mi sono chiesto: ma fregherà a qualcuno dei cavolacci miei, delle mie turbe psicologiche? E invece sì. Cioè nel senso mi sono reso conto che più si racconta qualcosa di intimo e personale, più, per quanto le esperienze nello specifico possono essere leggermente diverse, il lettore si identifica e ritrova delle cose del proprio percorso. Per cui è stato uno scambio molto bello quello che ho avuto con i lettori, molto intenso. Adesso Tutte le volte che sono diventato grande sta per uscire a maggio in Spagna e andrò a presentarlo a Barcellona. Per cui sono curioso di sentire anche in un altro paese quale riscontro avrà.



